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la PACE

• don Gaetano Lo Russo
  Pace e scuola

   L'incompiuto compito in attesa di nuovi stimoli


 

Pace e scuola
L'incompiuto compito
in attesa di nuovi stimoli

La scuola, perseguendo

la sua missione, ovvero educare

e fare cultura, costruisce

un contributo implicito per la pace.

Lo sviluppo dell’empatia

e della generosità rappresenta l’antidoto più efficace contro la paura, che è alla base dei conflitti. 

 Teologo e filosofo

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La tragedia in corso in Ucraina ci ha riportati tutti a una realtà che sembrava archiviata per sempre, e cioè di nuovo una guerra sanguinosa nel cuore d’Europa, una guerra uscita dai nostri libri di storia ed entrata nelle nostre vite. Ci ha toccato, ha scosso i mercati, ha diffuso la povertà nel mondo (se pensiamo alla grave ricaduta del mancato approvvigionamento di cereali nei paesi dell’affamato continente africano). 

Una guerra entrata nel nostro quotidiano quasi a darci hobbesiana contezza che l’umanità non rinuncia ancora, nonostante i progressi scientifici e di pensiero, alla seduzione del conflitto. Parlare oggi di pace potrà sembrare ancora e sempre un esercizio di pura retorica, ma i morti reali scuotono le coscienze anche dei più ottimisti benpensanti. E se sa anche di retorica affidare alla scuola un compito più adatto alle aule parlamentari essa può dare un contributo che può consentire se non la pace perpetua auspicata dal grande Kant, almeno un cambio di mentalità per renderla qualcosa in più di un’irrealizzabile utopia. E soprattutto oggi, quando notiamo che i movimenti pacifisti e le attività prosociali promosse in molte società non bastano a diffondere una cultura della non-violenza. 

Dal filosofo ed educatore Aldo Capitini abbiamo ereditato il concetto sullo stretto rapporto fra azione sociale ed educazione, finalizzato a promuovere un cambiamento in positivo per il futuro; da altri umanisti abbiamo appreso che la pace è possibile se nel mondo aumenta la promozione del costituzionalismo; la Chiesa insiste sulla promozione della giustizia che è un insostituibile pilastro su cui si appoggia la pace, ma al tempo stesso resta una chimera in tantissimi stati autoritari; molti politologi sostengono che la pace universale sia possibile qualora si creasse la condizione per uno stato universale (e su questo anche Kant si dicava d’accordo); i polemologi di scuola illuminista ritengono il conflitto una condizione naturale per cui la pace non può essere mai una stato di fatto, ma un processo che non esaurisce mai il suo compito. In sintesi, potremmo concludere che non c’è pace tra chi cerca di capire cosa sia la pace e in che modo promuoverla. 

Parlando di pace siamo davanti a una condizione assolutamente insufficiente e incompleta. Anche nazioni apparentemente democratiche dimostrano, con le loro politiche, che il passo tra competitività e competizione è assolutamente breve. Inoltre, persistono ancora sacche di poteri autocratici in molti stati del mondo. Non dimentichiamoci che negli ultimi 200 anni le guerre sono state quasi tutte promosse da governi autocratici e autoritari. In più teniamo presente che alcuni stati democratici, al fine della deterrenza, custodiscono tuttora nei loro arsenali almeno 14 mila testate nucleari e sappiamo che ne basterebbero solo 50 per distruggere l’umanità. A fronte di questo scenario è ancora possibile credere nella pace e costruirla? 

LA PACE DALLA CULTURA, DALL’EMPATIA E DALLA GENEROSITÀ 

Un forte wake up può essere dato dalla scuola. Ma in che modo? Essa può offrire un notevole contributo su due versanti. Innanzitutto quello intrinseco alla sua missione che è istruire, educare, fare cultura. La cultura può generare pace, perché chi ha più strumenti per scegliere ha più possibilità di scegliere il meglio. Non dimentichiamo che la pace è come un muscolo, ha necessità di allenarsi se vuole rimanere vigoroso. E la controprova di questa asserzione sta nell’evidente fatto che gli attuali conflitti (pare che se ne contino almeno 60) sparsi nel mondo sono in aree a forte depressione culturale. Se la cultura venisse coltivata ovunque e diventasse più seduttiva si ridurrebbero certamente la quasi totalità dei conflitti. 

Sul secondo versante, quello dei contenuti, la scuola potrebbe occuparsi di rendere più interessante l’apporto dei processi empatici in tutte le relazioni umane. L’empatia ci è utile per portare nella nostra coscienza il vissuto di chi, a causa della guerra, viene lacerato nel corpo e nell’esistenza. Se tutti i signori delle tante guerre potessero incrociare lo sguardo dei singoli soldati morenti sui campi di battaglia e percepire in presa diretta il grave disagio di chi deve fuggire per sopravvivere, certamente il loro approccio potrebbe essere diverso. L’empatia diventerebbe così uno sprone per la pace, ma bisogna però diventare empatici e su questo la scuola potrebbe misurarsi. 

Ci sarebbe un altro contenuto che la scuola potrebbe fare proprio e che fino a oggi è sembrato argomento più chiesastico che civile: la generosità. Una categoria che nel cristianesimo è il più alto tra i comandamento, ma che è contrastato dall’avidità, un’avidità che in un mondo sempre più interconnesso arricchisce pochi e impoverisce tanti. La generosità, se oltre ad essere un imperativo religioso diventa un predicato per la giustizia sociale, riduce le diseguaglianze e i conflitti che da esse si generano. Ha assolutamente ragione l'etologo Frans de Waal nel sostenere che l'avidità ha fatto il suo tempo e ora è giunto il momento dell'empatia. 

In ultima analisi, quasi tutti i conflitti, anche quelli interpersonali, nascono in ragione della paura. Gli stati sovrani temono di perdere territori o potere economico, le persone iniziano a odiarsi per timore di subire delle perdite, prendiamo per esempio il triste fenomeno del femminicidio per cui un uomo uccide una donna perché ha paura di perderla. L’ansiolitico più efficace per neutralizzare la paura è uno solo: la generosità. I generosi non serbano rancore, vivono sostenuti dall’etica del perdono, e per questo non sentono alcuna necessità di confrontarsi manu militari

Il compito della scuola è certamente non semplice anche a causa del suo perdurante stato di crisi rispetto a quanto sta accadendo in molte aule scolastiche, ma abbassare le armi in questa buona battaglia ci fa perdere la battaglia più importante per il genere umano: quella della pace e del bene per tutti. 

Cooperazione
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