
GENTE di
SCUOLA
• Lorenzo Gobbi
Relazioni a scuola, argine alla violenza
• Maria Prodi
L'ordinaria magia della dirigenza scolastica
Relazioni a scuola,
argine alla violenza
L’articolo riflette sul venir meno
della scuola come luogo
simbolicamente sicuro,
interrogandosi sulle nuove forme
di violenza giovanile.
Attraverso lo sguardo di un docente, analizza distanza generazionale, centralità del gruppo dei pari,
ruolo dei social e limiti
dell’azione educativa
nel prevenire il rischio.

Scrittore e insegnante di scuola superiore

La scuola, per definizione, è un luogo sicuro: nessuna violenza può accadervi e nessuno può subire minacce, ricatti o intimidazioni; è impensabile che qualcuno venga a scuola armato, e altrettanto inconcepibile che un giovane possa ferirne o ucciderne un altro. Eppure, la cronaca recente ci parla di studenti che vengono a scuola con il coltello a serramanico, di studenti che ne uccidono altri a scuola, di docenti che ricevono minacce in aula e che subiscono aggressioni a parte di studenti e famiglie. Cosa sta accadendo?
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Guardo i miei studenti e le mie studentesse di Istituto tecnico: non riesco a immaginare che qualcuno di loro possa compiere azioni violente, meno che mai a scuola. Sì, a volte litigano e si insultano nei corridoi (qui in Veneto, si sa, gli insulti possono essere particolarmente pesanti), ma sono generosi e hanno dei progetti di vita abbastanza solidi; alcuni/e vengono da famiglie in grande difficoltà, ma nessuno di loro si dedica ad attività criminali – almeno, che io sappia; nessuno verrebbe a scuola armato, che io sappia. Appunto: che io sappia.
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In genere, mi raccontano molte cose, anche se io tendo a essere discreto nei loro confronti: non guardo le loro pagine social, non indago su chi è innamorato di chi e su chi ha litigato con chi; accolgo le loro storie e le tengo per me, ma non le sollecito; sono sempre a disposizione, ma sto sulla soglia delle loro vite, in punta di piedi; desidero solo che abbiano confidenza con me, che possano contare su di me se e quando ne hanno bisogno, senza timori, tutto qui. E spesso le famiglie mi chiedono consiglio, anche perché sanno di poterlo fare serenamente. Non basta?
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Noi entriamo in aule scrostate, con i termosifoni tiepidi o addirittura spenti in pieno inverno, attraversando corridoi gelidi e gremiti; vediamo 28/30 giovani seduti in banchi spesso vecchi e troppo piccoli; dobbiamo segnare presenze e ritardi, giustificare assenze, spiegare contenuti prescritti e imprescindibili, interrogare, fare verifiche, programmare, accompagnare in aula magna, orientare, recuperare, verificare ancora, controllare che non utilizzino i cellulari in aula e che non giochino on line con gli IPad, distribuire fazzoletti di carta, penne e fogli protocollo, ricevere genitori, inseguire chi è assente, e via dicendo. Non sono lamentele: è la realtà delle nostre mattinate.
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Quando è accaduto, in passato, che i docenti intercettassero malesseri e sofferenze, disagi e addirittura propensioni alla violenza? Insegno da 35 anni, e non ho ricordi che ciò sia mai accaduto con l’intensità e la motivazione con cui accade, oggi, nella scuola in cui insegno.
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Quand’ero studente, mai mi sarei rivolto a un docente se avessi avuto un problema, mentre oggi accade spessissimo che siano proprio i docenti il punto di riferimento per tanti giovani e tante famiglie; mai, da studente, ho sentito parlare di diritti, di lavoro minorile, di educazione stradale, di educazione alimentare, di
orientamento, di educazione all’affettività, di prospettive di lavoro, di possibilità di studio all’estero, di autostima, di dipendenze, di bullismo (che c’era già) e di cyber-bullismo (che non esisteva). Quando ho iniziato a insegnare, però, qualcosa ha cominciato a cambiare: una maggiore attenzione, una più estesa vicinanza, consapevole e gradita. La scuola ha cominciato a occuparsi di questi aspetti della vita dei giovani, ma qualcosa è accaduto negli ultimi anni: qualcosa di strano.
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Gli studenti e le studentesse sembrano sempre più lontani: più cerchiamo di avvicinarli e più si ritirano; più proponiamo attività e contenuti che vorremmo vicini alla loro vita e più li sentiamo distanti – disinteressati, passivi, rassegnati o addirittura ostili.
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È facile cadere nel biasimo, e accusarli di superficialità e di mancanza di rispetto; però, anche evitandolo, c’è qualcosa che non riusciamo a capire. E tante volte ci diciamo: non li capisco più (lo dico anch’io, e spesso). Sembrano in un altro mondo. Forse sono io che sto invecchiando (ed è vero).
Più ci provo e meno riesco a comunicare con loro. Cos’è accaduto?
I più giovani, specie i giovanissimi, oggi hanno come punto di riferimento quasi unicamente il gruppo dei pari: la catena delle generazioni è stata troncata, e accade raramente che passino del tempo con persone di età diversa, appartenenti alle generazioni più vecchie (o più giovani: si definiscono in base all’anno di na-scita, ed è difficile che un “2008” frequenti dei “2010”).
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L’incontro tra generazioni diverse, che permette la trasmissione di un’eredità spirituale, accade solo nella scuola, e poi nello scoutismo e nelle attività sportive, dove però il fine è ben preciso e il tempo è più limitato. Le famiglie sono divise, e spesso nonni, zii e cugini di altre età sono lontani o assenti; le relazioni sociali dei genitori restano tra adulti e non coinvolgono i figli e le figlie – che vanno altrove, per stare tra i loro coetanei.
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Il gruppo dei pari è diventato un assoluto: un territorio presidiato, inaccessibile. E poi ci sono i social: anch’essi chiusi e impenetrabili perché aperti solo a una “community” selezionata di “amici” e “follower” (ciò che accade lì, per i più giovani, è spesso più importante di ciò che accade in famiglia).
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Le emozioni sono esasperate, iperboliche; il confronto con i pari non aiuta né a comprenderle né a regolarle; un’offesa qualsiasi, in quel contesto, richiede una vendetta esemplare, plateale, assoluta. Le “tribù” si combattono secondo il modello dei videogiochi, spesso violentissimi; e c’è una parte del web che propone sfide sanguinarie, che incita ad atti di crudeltà e che mostra efferatezze devastanti (noi, in genere, non ne sappiamo nulla: ci sono chat e siti che ci escludono, e che non sapremmo nemmeno come raggiungere).
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Ci sono alcune canzoni, che inneggiano alla vendetta, all’aggressione, all’affermazione violenta di sé, al disprezzo, all’esclusione, alla rivendicazione. I docenti, presi da mille incombenze che hanno reso la quotidianità esasperante e ansiogena per loro come per gli studenti, fanno a volte tutto il possibile: spesso riescono a captare segnali di grave rischio, ma l’unica cosa che possono fare, secondo il protocollo, è informare il/la dirigente scolastico/a, sempre ammesso che il/la dirigente sia disponibile a ricevere queste comunicazioni (e non è scontato!); e il dirigente, cosa può fare?
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Leggendo del ragazzo ucciso a coltellate dal compagno, mi chiedo: se fosse successo nella mia scuola, saremmo riusciti a evitarlo? Eppure, facciamo di tutto per essere presenti, attenti, vigili e disponibili, a tutti i livelli. Cos’altro possiamo fare per garantire la sicurezza e l’incolumità di tutti? Installare dei metal detector? Assumere dei vigilantes?
Possiamo solo continuare a testimoniare ogni giorno uno stile di relazione fatto di delicato rispetto, attenzione all’altro, considerazione di ciascuno, accettazione dei limiti, proposta di bene, richiesta di impegno, ascolto paziente, confronto costruttivo anche nel disaccordo: davvero, non c’è altro che possiamo fare per tutelare la sicurezza di tutti nell’ambiente scolastico. È su questo terreno che possiamo incontrarci con studenti e famiglie.


