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Pila di libri

La democrazia malata
di inizio millennio



 

La democrazia non è data 

una volta per tutte. 

Monopòli, élite finanziarie 

e tecnologiche, 

diseguaglianze sociali 

ne minano il funzionamento. 

Tre testi sull’argomento. 

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Podcaster, già Segretario Generale 

CISL Scuola Lazio 

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A fine gennaio 2026 è stato pubblicato il Rapporto annuale di OXFAM Italia, che, come i precedenti, analizza il crescente livello di accentramento della ricchezza, a livello mondiale e nazionale. OXFAM è una “confederazione” di ONG, ossia un’organizzazione internazionale non governativa, con proprie autonome diramazioni in 22 paesi del mondo, tra cui l’Italia. Nata nel 1942, il suo nome deriva da Oxford Committee for Famine Relief, in quanto inizialmente fondata per portare soccorso alla popolazione civile greca, sottoposta, in quel periodo, a un blocco navale che aveva determinato una situazione di grave carestia. Ha assunto la sua forma attuale nel 1995, mantenendo l’iniziale ispirazione umanitaria, sia in campo operativo sia scientifico. 

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Le tendenze mondiali descritte dal Rapporto 2026 descrivono una polarizzazione globale sul piano economico e sociale. Tremila miliardari detengono, secondo OXFAM, 18,3 trilioni di dollari, con una crescita del capitale, dal marzo del 2020, pari all’81%. Non è, quindi, solo il livello della ricchezza raggiunto da questa ristretta cerchia a indurre nel lettore un certo sbigottimento, ma la constatazione dell’accelerata dinamica che caratterizza la crescita del loro patrimonio, che nel breve volgere di un lustro è arrivato a quasi raddoppiarsi. Il risultato è che i 12 individui più ricchi del pianeta, secondo la valutazione dell’ONG, possiedono più della metà più povera dell’umanità. 

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La denuncia della progressiva e costante divaricazione tra i punti estremi della distribuzione della ricchezza è, peraltro, un fatto ormai noto, anche grazie al contributo fornito dai rapporti annuali della stessa OXFAM. Ciò che appare di particolare interesse nel 2026 è la correlazione che il rapporto dell’ONG stabilisce tra la concentrazione della ricchezza e il crescente degrado della vita politica. 

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In altri termini, la diseguaglianza economica determina anche, secondo OXFAM, la progressiva erosione degli spazi di partecipazione, l’affermazione in molti paesi di un’élite oligarchica, e, alla fine del processo, il sostanziale indebolimento del tessuto democratico. 

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A questo rischio, dice OXFAM, sono particolarmente esposti i paesi nei quali si registrano più alti livelli di disparità economica. Come si legge nel rapporto: “La disuguaglianza mina la fiducia nelle istituzioni, alimenta la polarizzazione politica e riduce la partecipazione politica dei cittadini meno abbienti. Tutto ciò aumenta la capacità delle élite ricche di dominare il processo decisionale e di appropriarsi delle istituzioni democratiche”. Il risultato finale è che, secondo uno studio di un’altra ONG, la Freedom House di Washington, citato dal rapporto “quasi tre quarti della popolazione mondiale vive oggi sotto un regime autocratico e meno del 3% vive in Paesi con uno spazio civico aperto”. 

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Il pensiero corre velocemente alla situazione americana e al nuovo contesto politico che è stato determinato dalla vittoria di Donald Trump nelle ultime elezioni presidenziali. Le elezioni furono fortemente condizionate dalla situazione economica statunitense, caratterizzata dall’esposizione debitoria degli USA e dallo squilibrio dei flussi commerciali rispetto al resto del mondo, non compensato dal pur notevolissimo predominio tecnologico della Silicon Valley. 

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Facendo leva sull’insoddisfazione non solo delle classi medie, ma anche della working class, che si sente direttamente minacciata dai flussi migratori, un’amministrazione di miliardari – la più ricca, sul piano personale, della storia statunitense – si è insediata al vertice del Paese, il che sembra confermare l’analisi OXFAM sul rapporto tra la diseguaglianza economica e quella politica. 

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A ciò si aggiunge il deterioramento dell’agibilità democratica all’interno degli USA, costituito non solo dai terribili episodi di violenza posti in essere da una forza di polizia federale – la famigerata ICE – le cui modalità operative sono state duramente contestate per il rispetto dei diritti umani, ma anche da certi episodi di intolleranza dello stesso presidente Trump nei confronti della stampa, che negli USA ha sempre goduto di grande considerazione. 

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Peraltro, la questione posta da OXFAM è ormai all’attenzione anche degli studiosi di scienze sociali e degli economisti. Di questo si occupa un libro uscito nel mese di febbraio 2026, Libercomunismo, di Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università Federico II di Napoli. Brancaccio si riallaccia alle tesi enunciate da Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, successivamente approfondite dal Marx nel Capitale e da Engels nell’Antidühring, e, infine, riprese da Lenin, nel suo lavoro dedicato all’imperialismo. L’idea è che la stessa lotta concorrenziale, fondamento del meccanismo di mercato, conduca quest’ultimo verso la concentrazione della ricchezza in poche mani e verso la successiva affermazione dei monopoli. Come in un dipinto di Bruegel il Vecchio, dice l’autore, il pesce grande mangia quelli piccoli. 

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La conclusione cui giunge Brancaccio è molto simile a quella di OXFAM. Letteralmente: “Il capitalismo, con la sua tendenza verso la centralizzazione, erode dall’interno la democrazia liberale, fino ad annientarla. ‘Democrazia capitalista’ è, quindi, un concetto impossibile, poiché i due termini non stanno più insieme”. Senonché, sembra difficile, e comunque priva di riscontro storico, anche la soluzione prospettata dallo stesso Brancaccio, cioè un nuovo sistema economico, ispirato al libercomunismo, cioè capace di mettere assieme, da un lato, la pianificazione economica – collettiva e centralizzata per sua stessa natura – e, dall’altro, la libertà civile e sociale individuale, che è pienamente tale quando comprenda la libertà di iniziativa economica in capo ai singoli. 

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Nello stesso filone di indagini si colloca un altro libro, anch’esso recentissimo (settembre 2025), del filosofo della politica Massimo De Carolis, dal titolo Rifeudalizzazione, La mutazione che sta disintegrando le democrazie occidentali. Il punto di partenza dell’analisi di De Carolis è comune a quello degli altri studi che abbiamo qui citato: il sistema capitalistico ha dato luogo a un livello di concentrazione della ricchezza sinora mai registrato, che svela il carattere mitologico della libera concorrenza. Per di più, aggiunge De Carolis, in epoca digitale si è ormai formata una struttura reticolare, sia in campo finanziario che tecnologico, che fa capo a pochi grandi gruppi a livello mondiale. A queste strutture, di fatto, si riconduce il governo di alcune grandi piattaforme alle quali viene concesso l’esercizio di crescenti funzioni pubbliche. 

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Il paradosso del sistema è, quindi, che la digitalizzazione dell’economia rivitalizza le caratteristiche più oscure del retaggio feudale, a partire dalla commistione di interessi pubblici e privati che fu la cifra del potere medievale. Senza alcuna irriverenza verso l’autore, il cui lavoro coglie certo aspetti problematici della nostra epoca, il futuro potrebbe assomigliare al Medioevo tecnologico di Star Wars. 

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La conclusione è che viviamo in un’epoca problematica e che la democrazia non è data una volta per tutte. Ciò che sembra essere qui in discussione è quello che Umberto Galimberti definisce come uno dei maggiori lasciti del Cristianesimo: l’idea del tempo come linea retta che procede se non verso un esito salvifico, almeno verso il progresso e lo sviluppo costanti. Concetto che mal si accorda con la decadenza del tessuto democratico dell’epoca presente. 

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