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Pila di libri

Il diario
di Dawid Rubinowicz


 

Il diario di Dawid Rubinowicz

un adolescente ebreo polacco

nato e cresciuto fino a 12 anni

in un villaggio agricolo

dell’attuale Bassa Slesia, 

in Polonia fu da lui scritto tra il 1940 

e 1942. Il ragazzo vi annotò idee,

fatti della comunità cui apparteneva

e eventi della storia che incrociarono la sua breve vita, terminata insieme

a quella della sua famiglia nel campo di sterminio di Treblinka II. 

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Ufficio Studi CISL Scuola 

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Il diario di Dawid Rubinowicz, fu scritto su 5 quaderni, ritrovati nel 1957 nella soffitta della casa di Bodzentyn, in Polonia, dove il ragazzo era stato “trasferito” insieme alla famiglia nel marzo 1942. Fu pubblicato in polacco nel 1960 e, nello stesso anno, in italiano dalla casa editrice Giulio Einaudi. 

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Accanto al Diario di Anna Frank, a quello di Mosce Flinker, di Ruthka Lieblich – ancora non tradotto in italiano – rappresenta una delle non molte testimonianze autobiografiche di adolescenti che raccontano della propria esistenza sotto la dominazione nazista e i provvedimenti antisemiti che precedettero il loro trasferimento nei campi di sterminio. 

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Quando, il 21 marzo 1940 Dawid cominciò a tenere il suo diario, aveva 12 anni ed abitava ancora a Krajno, un villaggio agricolo dell’attuale Bassa Slesia, in Polonia, insieme al padre lattaio, alla madre, al fratello e alla sorella. 

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Il diario di Dawid Rubinowiczun adolescente ebreo polacco nato e cresciuto fino a 12 anni in un villaggio agricolo dell’attuale Bassa Slesia, in Polonia fu da lui scritto tra il 1940 e 1942. Il ragazzo vi annotò idee, fatti della comunità cui apparteneva e eventi della storia che incrociarono la sua breve vita, terminata insieme a quella della sua famiglia nel campo di sterminio di Treblinka II. 

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La sua esistenza era destinata a svolgersi nell’arco di cento chilometri quadrati, nei villaggi limitrofi a Krajno; forse da adulto si sarebbe spinto fino a Kielche o a Wroklaw (Breslavia). 

La sua vita fu invece determinata dalla nascita ebrea e dal fatto che la Grande Storia la incrociò in un luogo la Polonia, e in un tempo il 1939, in cui la Germania nazista dette avvio alla Seconda Guerra mondiale. L’inizio della guerra fu preceduto dall’emanazione di leggi che discriminavano e poi perseguitavano i dissidenti, gli ebrei, gli omossessuali, i rom e i sinti, i neri, considerati responsabili dell’inquinamento della razza ariana.(1) 

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Quando cominciò a scrivere il suo diario, Dawid era già stato allontanato dalla scuola e trascorreva le sue giornate a casa annotando piccole, ma puntuali osservazioni, sulle condizioni metereologiche, sulle vicende quotidiane della sua famiglia, sui provvedimenti che riguardavano gli ebrei, sugli altri eventi della Grande Storia. 

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Ho preferito fornire qui una ricostruzione quasi fedele del testo per cercare di trasmettere attraverso le parole dell’autore, i suoi pensieri, le considerazioni sui fatti della sua vita e quella della comunità nella quale era nato, la sua crescente consapevolezza, dovuta ad una maturazione personale che andò di pari passo con l’aumentare della drammaticità degli eventi storici. Delle vicende della vita di Dawid, possediamo oltre la testimonianza di questo diario, soltanto poche altre notizie ricostruite attraverso i limitati dati di archivio che ci sono pervenuti. E per questo il suo scritto acquista l’ulteriore valore della testimonianza di chi, se non fosse vissuto in una particolare temperie, e non avesse sentito proprio per questo, il bisogno di raccontarsi, non avrebbe avuto storia. 

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La forma diaristica ci permette di ricostruire, più fedelmente di altre narrazioni scritte a posteriori, proprio perché non mediata dalle omissioni e idealizzazioni della memoria successiva, ciò che avvenne ad un ragazzo ebreo, alla sua famiglia e alla loro comunità in un distretto della Polonia nell’arco di tre anni, 1940-1943, in cui si decise del destino degli ebrei che vi abitavano. Per lo stile cronachistico, aderente ai fatti, queste annotazioni possono essere lette anche come un documento di storia quotidiana, di micro-storia, che non perde comunque di drammaticità nel presentarci una giovane esistenza spezzata dalle decisioni di chi si impossessò con la violenza delle armi dell’Europa e che nella sua hybris pensava di poter conquistare il mondo. 

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La prima annotazione di Dawid è del 21 marzo 1940: “Stamattina presto andavo per una strada del nostro villaggio, quando da lontano ho visto un manifesto sul muro dell’emporio (…) diceva che gli ebrei non potevano più andare sui carri. (Sui treni era proibito già da prima)”.(2) Recatosi a Kielche, camminando per quattro ore, apprende dagli zii che gli ebrei vengono allontanati da diversi quartieri. 

Il 12 agosto esprime la sua tristezza per non poter andare a scuola e dover rimanere in casa attribuendolo alla guerra, “Da quando c’è la guerra studio a casa da solo (…) E quando penso a tutte le guerre che ci sono nel mondo (…) allora perdo la voglia di fare tutto”. 

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Il 1° settembre, ricorda che è l’anniversario dell’inizio della guerra e di come da allora siano cambiate le condizioni della loro vita: “Prima della guerra ognuno aveva la sua occupazione, quasi nessuno era disoccupato. (…) Come noi: avevamo una latteria e ora siamo completamente disoccupati.” È la guerra la causa dei loro mali… che il ragazzo non attribuisce a precise responsabilità individuali o collettive, né, educato secondo i principi del giudaismo, attribuirà mai a Dio. 

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La prima annotazione del 1941 porta la stessa data dell’anno precedente, 21 marzo: “Gli altri anni, di questi tempi, già cominciavano i lavori dei campi. Oggi invece è ancora inverno come se fossimo a gennaio e non a marzo”. Annota Dawid con quella attenzione alle condizioni metereologiche che sono fondamentali per coloro la cui esistenza, dipende dalla possibilità di eseguire i lavori della terra. “Oggi siamo a metà maggio ma i lavori dei campi non sono nemmeno incominciati”. 

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Accanto a ciò scrive del costo della vita, di come siano aumentati i prezzi dei beni di prima necessità; dei controlli della polizia locale e di quella tedesca. Racconta la paura per le perquisizioni delle case e per essere privati delle poche cose della propria esistenza come la biancheria e gli abiti migliori, il grano, le patate, gli animali. I tempi si fanno di giorno in giorno più duri: mancano anche i generi di prima necessità, aumentano coloro che vivono d’elemosina. Viene stabilito l’obbligo per gli ebrei dai 12 ai 60 anni di svolgere qualsiasi lavoro ritenuto utile dalle autorità. 

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Il 1° novembre Dawid annota del divieto per gli ebrei di Kielche e di tutto il Governatorato(3) di entrare e uscire dal quartiere ebraico della città: chi disobbedisce sarà punito con la pena di morte. La morte che egli vede come un’assurda casualità, entra nella sua esistenza il 12 dicembre quando le guardie uccidono due ebrei, un uomo e una donna: “Così ci sono state due vittime senza ragione”. 

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La prima annotazione del ’42 risale all’8 gennaio e riguarda ancora l’uccisione di due ebrei a Bodzentyn. Il 12 gennaio arriva la notizia che gli ebrei saranno trasferiti e potranno portare con sé solo ciò che hanno addosso. La piccola comunità entra nel panico e la vita di Dawid e della sua famiglia, dei parenti e dei vicini, comincia a ruotare attorno al trasferimento, ai tentativi di sapere quando avverrà, dove saranno mandati, che fine faranno le loro cose e cosa potranno portare con sé. 

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Trascorrono i giorni, le settimane; nel villaggio gli ebrei, anche i bambini, vengono impiegati per spalare la neve; si intensificano le perquisizioni nelle loro case e le fucilazioni. Le annotazioni del diario diventano più articolate, più approfondita l’analisi della condizione di vita degli ebrei. Vengono appesi manifesti che li rappresentano in modo caricaturale, mentre macinano la carne e ci mettono un ratto o impastano la farina con i piedi e lungo le loro gambe si vedono camminare le pulci. I polacchi che si radunano per leggerli, ridono di queste rappresentazioni e Dawid soffre dell’infamia cui il suo popolo è sottoposto. Arriva la notizia che il trasferimento avverrà a marzo e la famiglia comincia i preparativi, caricando su un carro le cose che porterà nella nuova destinazione: provviste, pochi mobili, il letto. 

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Il 16 marzo Dawid e i suoi partono per Bodzentyn dove andranno a vivere in una stanza, trasferendo le loro cose nella cantina della zia, in attesa che la casa che hanno individuato si liberi dall’attuale inquilino. La partenza è dolorosa e avviene tra il compianto di tutta la comunità ebraica di Krajno; per acquistare viveri a buon mercato da portare nella nuova destinazione la madre baratta una tovaglia per lardo e patate. Per procurarsi legna, smontano il ripostiglio accanto alla stalla. 

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Il ragazzo non descrive il nuovo alloggio, parla dell’accoglienza calorosa e della sua nuova vita, diversa da quella di Krajno dove c’era sempre qualcosa da fare mentre in questa non sa come occupare il tempo, dove andare. Arrivano dal villaggio notizie di continue uccisioni di ebrei: “Sentendo questi orrori senza fine, si può vivere senza affanno e tranquilli? Quando si sente questo, uno non sa più cosa fare dalla paura”. Le retate degli ebrei diventano sempre più frequenti e Dawid annota la precarietà della loro situazione: “La nostra situazione diventa di giorno in giorno peggiore, come ne prendono uno, allora quello ne denuncia altri dieci e sempre più gente nella fossa”. “Lì a Bieliny davvero è stato versato molto sangue ebraico, orami è diventato un cimitero ebraico”. 

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Nella disperazione per le perquisizioni, gli arresti, le uccisioni, il costo della vita sempre più caro, il ragazzo non perde la fiducia in Dio e continua a nutrire la speranza che la guerra possa finire. È infatti la guerra, secondo l’ingenua visione del ragazzo la causa di tutto ciò che sta succedendo agli ebrei e non la politica di persecuzione razziale attuata dai nazisti. 

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Il 6 maggio Dawid annota le retate di centinaia di ebrei che si stanno svolgendo in città, preoccupato e stupito per la quantità di uomini, donne e ragazzi che vengono caricati sui camion.(4) In una di queste retate il padre viene preso e manda lettere dal campo dicendo di star bene, ma chiede vestiti e cibo e di tirarlo fuori di lì. 

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Il 10 maggio Dawid annota: “Verso sera è venuta da Suchedniow una conoscente della zia apposta per dire che con 500 zloty si può salvare una persona e per più persone più soldi”. La madre va a vendere un taglio di stoffa, comperato per farne un cappotto e dare alla quindi alla donna i soldi per il baratto. I giorni trascorrono tra la paura per le retate, l’invio di pacchi con cibo al padre, l’attesa delle sue lettere e dell’arrivo del camion che riporta a casa i malati che non possono più lavorare nel campo e tra cui dovrebbe esserci anche il padre. 

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Il 1 giugno 1942 “È finalmente una giornata di felicità”, perché nel camion carico di ebrei che tornano dal campo c’è anche il padre! La sua gioia nel vederlo è così grande che non riesce neanche a salutarlo. Il babbo racconta per ore la sua vita nel campo: il lavoro non terribile, ma che si svolge dalle quattro di mattina fino alle diciassette, la disciplina ferrea, l’impossibilità di riposarsi neanche per un attimo, pena essere duramente maltrattati. 

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Il racconto di ciò che è successo al padre si interrompe quando Dawid parla di due donne ebree uccise nello stesso giorno dai tedeschi. Le ultime immagini del diario riguardano il loro trasporto e la loro sepoltura nel cimitero da parte della polizia ebraica. 

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“Quando sono tornati il carro era tutto sporco di sangue. Chi…”. Il diario di Dawid Rubinowicz termina con queste parole. Si suppone che continuasse in altri quaderni, ma di essi non è stata trovata traccia. Forse il figlio del lattaio di Krajno li portò con sé nell’ultima destinazione. 

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Degli ebrei di Bodzentyn si sa che rimasero nella cittadina fino a metà settembre e che poi, con una marcia a piedi di 25 chilometri arrivarono alla stazione di Suchedniow e da lì furono avviati il 21 settembre al campo di sterminio di Treblinka II, dove arrivarono, secondo documenti d’archivio, il 22 settembre alle 11 e 24. Si sa che la gassazione a Treblinka II cominciava di norma lo stesso giorno dell’arrivo. 

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Dai registri dell’anagrafe di Krajno risulta che Dawid era nato il 27 luglio 1927 e che aveva quindi 12 anni quando il 21 marzo 1940 cominciò a scrivere il suo diario. Il 22 settembre 1942, quando la sua breve vita terminò sopra al cielo di Treblinka, aveva 14 anni. 

Dalla testimonianza della sua maestra sappiamo che: “Era un bel bambino biondo dagli occhi azzurri. Era molto educato, bravo a scrivere e a far di conto. Lo vidi triste una sola volta, quando seppe che i tedeschi avevano proibito ai ragazzi ebrei di frequentare la scuola. Lo trovai solo a piangere nel cortile”. 

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NOTE 

(1) Le Leggi di Norimberga furono emanate il 15 settembre 1935; esse si proponevano di mantenere la purezza del sangue tedesco, e di limitare i poteri politici e i diritti civili di coloro che non erano riconosciuti come appartenenti alla razza ariana. 

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(2) Agli ebrei, a meno che non avessero uno speciale lasciapassare, era stato proibito fin dal gennaio di utilizzare i mezzi pubblici. 

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(3) Il Governatorato Generale, la zona di occupazione tedesca istituita dopo l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista e della Russia stalinista, sulla base del patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939. 

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(4) Si trattava di retate che servivano a fornire la manodopera per il vicino campo di lavoro di Skarzisko, non propriamente un campo di sterminio dove la società industriale Schneider stava impiantando una fabbrica di munizioni. Dei 15.000 ebrei che vi furono trasportati, 10.000 morirono di fame e malattie, ma anche massacrati nel campo di tiro dove veniva sperimentata su di loro l’efficacia delle munizioni prodotte nella fabbrica! 

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BIBLIOGRAFIA 

Il diario di Dawid Rubinowicz, Ed. Einaudi, Torino, 1960 e 2000 

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Moshe Flinker, Diario profetico (1942-1943). Riflessioni di un giovane ebreo nell’Europa nazista, Ed. Città Nuova, Roma, 1993 

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Anna Frank, Diario, Ed. Einaudi, Torino, 1990 

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Ruthka Lieblich, A Diary of war, Ed. Remember, 1993 

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