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Pila di libri

Imago horroris.
Rappresentazioni dell'abisso


 

Molti artisti, magari dopo anni

di silenzi o nonostante il timore

di non essere creduti,

hanno sentito l’urgenza di 

raccontare le brutalità perpetrate 

nei campi di concentramento 

e durante le persecuzioni razziali 

naziste e fasciste attraverso sofferte rappresentazioni figurative; 

questo sforzo oggi qui è testimoniato 

attraverso una carrellata 

non sistematica di esempi. 

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Giornalista pubblicista e componente 

dell’Ufficio Stampa e Comunicazione 

della CISL Scuola Nazionale 

Annamaria Iantaffi (1).jpg

Dell’Olocausto si è parlato molto e si è scritto forse ancor di più. A causa della scarsità di produzioni iconografiche, dovuta a limiti contingenti come le condizioni estreme di esecuzione e la difficoltà di reperire supporti, la rappresentazione iconografica dello sterminio tentato dai Nazisti nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale ai danni di ebrei, omosessuali, dissidenti, rom e sinti è rimandata all’abilità e alla fortuna di singoli artisti, spesso periti, talvolta scampati a morte quasi certa. Qui riportiamo una rassegna non sistematica di casi significativi di prigionieri che, durante o dopo la detenzione, hanno utilizzato tecniche diverse per rappresentare l’abisso. 

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La raffigurazione dell’orrore nell’arte figurativa è un genere artistico che consiste nell’esplorazione delle paure ancestrali degli esseri umani. Ma cosa accade se le raffigurazioni in questione non sono altro che riproduzioni della realtà? Ad esempio, può capitare di subire una ferita talmente profonda da rendere incapaci di riprodurre altro, per il resto della vita. Ciò è accaduto a Wilhelm Brasse, talentuoso prigioniero polacco entrato nel 1941 del campo di sterminio di Auschwitz, impresso con il numero 3444, scelto dal comandante Rudolph Höss come fotografo ufficiale del campo e incaricato di documentare lo sterminio degli “Untermensch”. La sua mansione gli ha permesso di realizzare più di 40mila scatti dedicati ai prigionieri, in tutte le fasi della segregazione: dall’arrivo che li vedeva stretti in gruppi familiari, ancora in abiti civili, passando per la rasatura e l’adozione del vestito a strisce, fino allo stato denigratorio e disumano di fantasmi che si trascinavano inani tra le baracche. 

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Venuto a conoscenza dell’arrivo imminente dell’Armata Rossa, nel 1945, Brasse disubbidì all’ordine di distruggere le foto, diventate a quel punto documenti compromettenti, lasciando che i soldati russi le trovassero. Dalla liberazione fino alla sua morte, avvenuta nel 2012, Brasse non è riuscito a fotografare più nulla, ma oggi le sue opere illustrano ancora le pareti del Museo statale di Auschwitz-Birkenau. 

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All’inizio della sua carriera all’Accademia di Belle Arti di Varsavia non avrebbe mai potuto immaginare David Olère, artista polacco trasferitosi prima in Germania per lavorare come scenografo cinematografico, poi in Francia dove si era sposato, che sarebbe stato imprigionato nel 1943 per le sue origini ebraiche, e trasferito prima a Drancy e poi al campo di concentramento di Auschwitz. Qui venne assegnato al Sonderkommando, l’unità speciale incaricata di disfarsi dei corpi dei prigionieri passati per le camere a gas o i forni crematori; questo incarico da un lato gli forniva un punto di vista privilegiato sull’abominio compiuto dai nazisti, dall’altro gli impediva di avere contatto con gli altri prigionieri, per evitare fuoriuscite di informazioni che avrebbero creato il panico. Sopravvissuto anche grazie alle sue abilità artistiche e al poliglottismo, il pittore è scampato anche alla marcia della morte del gennaio 1945, per poi testimoniare con i suoi dipinti, forniti di dettagli, piante e sezioni delle camere a gas e dei forni crematori, l’impiego atroce che ne veniva fatto. 

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È l’allegoria della condizione umana disperata la cifra stilistica che caratterizza l’opera del tedesco Felix Nussbaum, studente di arte ad Amburgo e Berlino e vincitore nel 1932 del prestigioso "Premio Roma" che gli ha permesso di soggiornare per un breve periodo a Villa Massimo, nella capitale. 

Costretto a interrompere il suo percorso di specializzazione all’estero dall’ascesa nazista in Germania, Nussbaum iniziò un esilio che lo condurrà in diverse capitali europee e poi a nascondendosi a Bruxelles, dal 1937, con la moglie, la pittrice polacca Felka Platek, per sfuggire alle retate antiebraiche. La denuncia di un vicino li ha condotti entrambi alla prigionia e poi alla morte, ad Aushwitz, nell’agosto del 1944. La sua produzione, composta da più di un centinaio di tele dedicate a temi politici, è stata dimenticata fino al 1960, mentre deperiva in uno scantinato belga, quando è stata riportata alla luce dagli eredi. Le sue tele sono poi state trasportate a Osnabrück, città natale dell’autore, perché venissero restaurate ed esposte in quella che oggi è la Felix Nussbaum Haus. 

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Sempre tedesca è anche l’artista Charlotte Salomon, l'unica donna interamente ebrea ad essere accolta come allieva all'Accademia di Belle Arti di Berlino. Salomon dovrà lasciare gli studi dopo soli tre anni a causa delle sempre più stringenti leggi razziali, che la indurranno a rifugiarsi in Francia, nella casa di Ottilie Moore, una facoltosa donna americana che già ospitava i suoi nonni. Lì scoprirà una verità che aveva legato i destini femminili della sua famiglia: sette donne (comprese la madre, la zia, la nonna) si erano tolte la vita. Per sottrarsi alla voragine di questa rivelazione Salomon iniziò a dipingere instancabilmente, per "creare qualcosa di veramente folle e singolare". 

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Realizzerà un’opera biografica insieme visiva, musicale e teatrale chiamata “Vita? o Teatro?”, utilizzando quasi 700 fogli da disegno, chiamati gouache, che hanno indotto i critici a definirla la prima graphic novel della storia. A soli 26 anni, incinta, Salomon troverà la morte ad Aushwitz. Le sue opere verranno consegnate a Moore dal medico cui lei le aveva affidate prima della deportazione, e da lei al padre di Charlotte, scampato alla furia nazista. Il racconto della sua breve vita oggi è custodito nel Joods Historisch Museum di Amsterdam e nel 2021 ha ispirato il lungometraggio d’animazione "Charlotte", diretto da Eric Warin e Tahir Rana, in cui Keira Knightley è la doppiatrice della protagonista. 

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L’unico rappresentante italiano in questa rassegna è Aldo Carpi de’ Resmini, scultore e pittore milanese, allievo e poi insegnante di pittura all’Accademia di Brera, dove ha formato tra gli altri Dario Fo e Aligi Sassu. A causa della delazione di un suo collega, lo scultore Dante Morozzi, che lo definì, insieme a tutta la famiglia “furiosamente antifascista”, Carpi venne arrestato nel 1944 e deportato prima nel campo di concentramento di Mauthausen, poi a Gusen I; qui sfruttò le sue abilità artistiche per ottenere l’esonero dai lavori più duri nelle cave di pietra e maggiori quantità di cibo, nel tentativo di sopravvivere. 

 

Riuscì anche a tenere un diario in cui realizzò 150 disegni, spesso grotteschi, che ritraevano la straniante realtà del campo e in cui scriveva idealmente alla moglie; il testo si chiude con le parole che descrivono il suo ritorno a casa: “Appena arrivato ho contato i figli: 1, 2, 3, 4, 5, e uno mancava. Non mi è mai più venuto in mente di continuare il Diario, non ho scritto più". Sarà Garzanti a pubblicare il testo nel 1971, riscuotendo un immediato successo. Oggi i suoi "disegni di Gusen" sono conservati nel Museo monumento del deportato di Carpi. 

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La pressione del dolore e del male estremo subito ha spesso minato la salute mentale dei sopravvissuti e talvolta li ha anche indotti al suicidio, come è accaduto nel 1968 ad Anja Zylberberg, madre di Art Spiegelman, disegnatore statunitense il cui riferimento non può mancare in questa sequenza di opere visive dedicate all’Olocausto. Il suo lavoro più famoso, Maus, è scaturito dai racconti del padre Vladek, ebreo polacco anche lui reduce dall’Olocausto, trasferitosi a New York dopo la fine della II Guerra Mondiale. Quest’opera letteraria illustrata, realizzata interamente usando macchie di bianco in un fondo nero intensissimo, è stata pubblicata tra il 1980 e il 1991 sotto forma di inserti nell’antologia Raw, ed è stata la prima graphic novel a vincere il Premio Pulitzer, nel 1992. 

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Il racconto di Maus muove dall’urgenza di superare i traumi derivanti all’autore dalle durissime esperienze dei genitori, parte dal difficile dialogo tra padre e figlio, mediato da uno psicoterapeuta (anch’egli un sopravvissuto), inizia negli anni Trenta, prosegue lungo l’arco storico in cui si inaspriscono le leggi razziali e termina con la liberazione dei suoi genitori; ritrae i Polacchi come maiali, i Tedeschi come gatti, gli Ebrei come topi, coerentemente alla rappresentazione che ne dava la propaganda nazista. 

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Aldo Carpi, "L'ultimo compagno nel forno crematorio di Gusen", 

Riproduzione fotografica, in Archivio Centro Studi e Documentazione “Primo Levi” - Fondazione Fossoli  e Regione Emilia-Romagna, Settore Patrimonio culturale.

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