
• Serena Aprano
L'AI e lavoro:
lavori ibridi e impatto dell'automazione
L'AI e lavoro: lavori ibridi
e impatto dell'automazione
L’intelligenza artificiale non ci ruberà
il lavoro: lo trasformerà.
Automatizzerà le attività ripetitive,
ma aprirà nuove professioni ibride
e creative, dove l’umano resta
insostituibile per empatia,
intuito e pensiero critico.
Il segreto?
Imparare a usarla, non temerla.

Studentessa di Ingegneria Informatica
al Politecnico di Torino

Hai mai visto quei dispositivi nei supermercati e nei negozi dove puoi fare tutto in autonomia?
Scannerizzare, pagare, imbustare! Oppure hai mai ricevuto una risposta automatica da una chatbot che ti scrive “Ciao! Come posso aiutarti oggi?” prima ancora che tu capisca se sta scrivendo un umano o un software?
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Ecco: questa è l’intelligenza artificiale che entra nel mondo del lavoro. Non bussa alla porta, non fa rumore, non darà il via a una rivoluzione violenta, come molti temono. Al contrario, cambierà e sta già cambiando lentamente il modo in cui lavoriamo, studiamo e persino il modo in cui pensiamo al futuro.
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MA L’AI CI RUBERÀ IL LAVORO?
È una delle domande che le persone hanno iniziato a porsi da quando i primi sistemi di AI hanno iniziato a fare previsioni, traduzioni, analisi di dati o immagini, meglio di noi. La risposta breve è: no, non ci ruberà il lavoro, ma lo cambierà. Questa frase ormai la senti ovunque, ma è solo retorica? Cosa significa davvero?
Innanzitutto, ci sono alcuni punti che mi preme chiarire.
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L’AI sembra sbucata dal nulla: quando a un certo punto si è sentito parlare di ChatGPT abbiamo tutti pensato alla rivoluzione. Con quest’ultima, è arrivato anche il timore. Anche io, all’inizio, ero incredula per la potenza di ragionamento che questi primi modelli iniziavano a mostrare. Nel corso degli ultimi anni, da ingegnera informatica, ho capito che tante cose con cui già conviviamo da tempo sono funzioni che oggi verrebbero chiamate AI.
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Da sempre, si è cercato di automatizzare dei processi per velocizzare e rendere più efficiente qualsiasi task. Pensiamo ad una newsletter, che viene inviata in automatico in un dato giorno della settimana a una lista di persone, oppure alle e-mail di spam: non c’è mai stato un umano a leggere miliardi di e-mail al giorno e a decidere cosa andasse nella casella principale e cosa nello spam. Poco tempo fa, quindi, era la normalità, non gli davamo un nome, non ci faceva paura. Oggi la chiamiamo intelligenza artificiale.
“AI” è diventata una grande etichetta che poniamo sopra a tutto quello che ci sembra “smart”, intelligente, e che velocizza flussi di lavoro. È questo che ci spaventa: oggi tutto sembra nuovo e siamo spaventati da questo cambiamento. Ci chiediamo: saremo pronti a vivere questo cambiamento radicale? Chi “verrà fatto fuori”? Ma è davvero così diverso rispetto al passato?
È vero che quello a cui stiamo assistendo è una innovazione dalla grossa portata, ma non è senza precedenti. La nostra società è stata da sempre abituata a trasformazioni e innovazioni e si è sempre saputa adattare.
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Caliamoci nel mondo del lavoro: immaginiamo un ufficio come un grande meccanismo di orologi. Ci sono ruote che girano veloci (le attività ripetitive, noiose, automatiche) e ruote che girano lente ma che sono fondamentali (le decisioni, le idee, la creatività).
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L’AI entra e dice: “Hey, le ruote veloci le faccio io”.
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Tutto ciò che è routine, che segue regole fisse, ripetitive o che richiede solo calcoli o confronti tra dati, può essere automatizzato ad esempio, inserimento dati in tabelle e contabilità di base ,controllo di qualità nelle fabbriche, servizi clienti standardizzati, traduzioni automatiche o correzioni di testo. Questi sono tutti lavori che, in parte, oggi già condividono il loro spazio con algoritmi.
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Ma non è un film apocalittico in cui le macchine prendono il sopravvento. È più simile a un’evoluzione naturale: quello che si può automatizzare, si automatizza, ma resta moltissimo spazio per ciò che le macchine non sanno fare. L’AI quindi ruberà il lavoro? No, ma ci permetterà di essere più produttivi. A parità di tempo a disposizione, saremo (e siamo già) in grado di portare a termine più attività rispetto a prima.
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COSA NON SANNO FARE LE MACCHINE?
Le macchine non hanno intuito, empatia o creatività. Non sanno leggere le emozioni, non capiscono l’ironia, non sanno improvvisare se cambia il contesto. Un modello di AI può scrivere un articolo, ma non sa a chi si sta rivolgendo davvero. Può creare una melodia, ma non prova nulla quando la ascolta.
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Può diagnosticare un’anomalia su una lastra, ma non sa guardare un paziente negli occhi. Non è senziente.
Ecco perché lavori come insegnanti, psicologi, medici, designer, artisti, ingegneri, ricercatori, comunicatori non spariranno. Anzi, diventeranno ancora più importanti, perché serviranno persone capaci di usare la tecnologia con intelligenza, non di sostituirla.
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I NUOVI MESTIERI NATI CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Nel frattempo, mentre alcuni ruoli si automatizzano, ne stanno nascendo di com-
pletamente nuovi. Hai mai sentito parlare di prompt engineer?
È la persona che “parla” con i modelli di AI generativa, come ChatGPT o Midjourney, scrivendo i prompt (le istruzioni testuali) nel modo più efficace per ottenere un risultato preciso. Un po’ come il “traduttore” tra linguaggio umano e linguaggio macchina. Oppure l’AI ethicist, l’esperto che stabilisce le regole etiche per l’uso dell’intelligenza artificiale nelle aziende. Proprio negli ultimi anni, sono nate nuove branche della Filosofia e della Giurisprudenza, che hanno come obiettivo quello di regolare, su piani diversi, l’utilizzo di queste nuove tecnologie. O ancora il data curator, che si occupa di “nutrire” l’AI con dati puliti, corretti e
non distorti.
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Tutti questi ruoli non esistevano dieci anni fa. E tra dieci anni, probabilmente ne esisteranno altri che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare. Sono mestieri ibridi, cioè a cavallo tra più discipline: informatica, filosofia, psicologia, diritto, comunicazione. digitali. Figure nuove, con una mente curiosa e trasversale, capaci di capire sia le persone sia i sistemi
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I LAVORI IBRIDI: UMANO + MACCHINA = SQUADRA VINCENTE
Non tutto, però, si divide in “lavori che spariscono” e “lavori che nascono”. La maggior parte si trasforma.
Il lavoro diventa ibrido, fatto di collaborazione tra persone e algoritmi. Un architetto che usa l’AI per generare decine di modelli 3D in pochi minuti. Un medico che riceve supporto diagnostico da un algoritmo che analizza migliaia di immagini in un battito di ciglia.
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Un fotografo che sfrutta l’AI per correggere luci, colori e dettagli, ma poi decide con il suo occhio artistico quale immagine racconta meglio una storia. In tutti questi casi, l’AI non sostituisce, potenzia. La chiave sta nell'usare questi strumenti a nostro favore, come un amplificatore che rende più forte la voce di
chi lo usa. La differenza la fa chi sa usare bene questi strumenti, non chi li teme.
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LE NUOVE COMPETENZE RICHIESTE
Le aziende non cercano più solo “esperti in un settore”, ma menti elastiche, curiose, critiche, abituate a pensare e imparare. Sappiamo bene che l’AI può sbagliare e incappare nelle cosiddette “allucinazioni”. Noi umani abbiamo il compito di analizzare e validare l’output.
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Certo, le competenze tecniche contano: saper programmare, leggere dati, comprendere come funziona un algoritmo. Ma da sole non bastano. Oggi serve anche: pensiero critico, per capire quando fidarsi di un risultato dell’AI e quando no; creatività, per trovare nuove soluzioni ai problemi; empatia, per comunicare e collaborare con gli altri; consapevolezza etica, per riflettere su come l’automazione impatta sulla società.
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In sintesi, non ti serve solo sapere come funziona una macchina, ma anche capire perché, quando usarla, e a che prezzo. Ormai, i più lungimiranti stanno iniziando a capire come usarla al meglio così da non temerla ma sfruttarla. Quello che è sicuramente molto importante è imparare a usarla, domarla e integrarla nei nostri processi. Solo chi farà resistenza a questo cambiamento avrà davvero difficoltà a “trovare il suo posto”.
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L’IMPATTO DELL’AUTOMAZIONE: PAURA O OPPORTUNITÀ?
Ogni volta che arriva una nuova tecnologia, l’umanità si spaventa. Quando sono arrivate le macchine industriali, si pensava che gli operai sarebbero scomparsi. Con i computer, si temeva che nessuno avrebbe più trovato lavoro in ufficio. Ora la paura ha solo cambiato nome: si chiama “intelligenza artificiale”. Eppure, la storia ci mostra sempre lo stesso schema: le tecnologie cancellano alcune mansioni, ma ne creano altre. E alla fine è sempre andata bene, a nostro favore.
Oggi, nello studio o nel lavoro, gli strumenti di intelligenza artificiale semplificano ciò che è ripetitivo e aprono spazio ad attività più strategiche, creative e umane. Il segreto sta tutto qui: non difendere i lavori del passato, ma imparare le competenze del futuro.


