
GRANDI
TEMI
EUROPA
• Paolo Acanfora
Il processo di integrazione europea
Le tappe di un lungo e complesso percorso
• Andrea Argenio
Un Paese post-eroico?
Italia, Europa e il ritorno della guerra
• Davide Grippa
L'insegnamento della storia e identità europea
Indicazioni nazionali del 2012 e del 2025
• Ulderico Sbarra
L'autunno europeo
La crescita esponenziale dei movimenti euroscettici e le spinte alla valorizzazione del principio inter-governativo a danno di quello comunitario degli ultimi anni sono la conseguenza di cittadini, elettori e classi dirigenti che fanno sempre più fatica a vedere nell’Europa una comunità di destino all’interno della quale costruire il proprio futuro. È un ripiegamento sul terreno della nazione che sfida politicamente l’europeismo. Se si vuole immaginare un futuro per questa Europa bisogna provare a conoscerla, per discuterla, criticarla, cambiarla senza chiusure né anatemi contro i suoi avversari. È quello che, nel nostro piccolo, ci proponiamo di fare con questa serie di articoli dedicati alla storia europea.
Un Paese post-eroico?
Italia, Europa e il ritorno della guerra
L’invasione russa dell’Ucraina
ha riportato dopo moltissimi anni
lo spettro della guerra in Italia,
ma soprattutto nel continente europeo. Proprio quell’Europa nata
faticosamente a pochi anni dalla fine
della Seconda guerra mondiale
con l’idea di pace e stabilità.
In tale contesto quale può essere
il ruolo dell’Italia?

Docente di Storia Contemporanea
presso l'Università della Tuscia

Il ritorno della guerra sul continente europeo, nel febbraio 2022, è stato percepito come uno shock da gran parte dell’opinione pubblica. L’idea dominante era che il vecchio continente fosse in qualche modo immune dalla violenza dei conflitti, fenomeni che oramai erano relegati nei lontani scacchieri extraeuropei, instabili per definizione.
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Eppure, l’invasione russa dell’Ucraina mostrò come fosse sbagliato pensare a un continente demilitarizzato; il confine ucraino-polacco divenne il simbolo di un mondo improvvisamente rivolto al passato piuttosto che al futuro. L’Europa, infatti, aveva continuato a vivere in quell’“età post-eroica” descritta dallo storico statunitense James J. Sheehan come una sorta di paradiso realizzato, nel quale i valori della democrazia liberale avevano avuto la meglio sulle ideologie militariste del passato, espungendo la guerra dall’orizzonte valoriale dei cittadini.
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E proprio la fine del servizio militare obbligatorio ne era stata una delle manifestazioni più evidenti: quello che era stato uno dei principali vettori della “nazionalizzazione delle masse” aveva lasciato il passo a delle forze armate composte interamente da professionisti su base volontaria. Inserendosi in un processo cominciato già da diversi paesi europei, anche in Italia, il 23 agosto 2004 era stata approvata la cosiddetta legge Martino, dal nome dell’allora ministro della Difesa nel governo Berlusconi bis, che sospendeva la leva obbligatoria grazie al voto favorevole della quasi totalità dell’arco parlamentare.
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Proprio il forte legame che l’Italia aveva sempre avuto con il processo di integrazione apre una riflessione su un quesito: è esistito un rapporto tra europeismo e un’assenza prolungata della guerra nel Vecchio continente?
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L’idea di un’Europa unita non nasceva nel vuoto pneumatico ma prendeva spunto dall’antifascismo e dall’eredità della Seconda guerra mondiale anche se, in gran parte dell’Europa occidentale, i primi anni del secondo dopoguerra furono caratterizzati da un’attenzione rivolta verso altre tematiche. Nonostante il valore simbolico del Manifesto di Ventotene, Per una Europa libera e unita, pensato da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, che criticava la forma dello Stato nazionale fin lì realizzata considerandola foriera di guerre e distruzioni, le priorità della ricostruzione e il duro confronto politico non resero realizzabili nessuno degli obiettivi pensati dalla pattuglia degli europeisti più convinti.
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Prevalse inizialmente l’idea di un rinnovamento radicale, di una profonda riforma della società e di un ripensamento del concetto stesso di democrazia: il liberalismo in qualche modo doveva venire a patti con una forte richiesta di intervento dello Stato al fine di un raggiungimento di una maggiore giustizia sociale. Il quadro italiano non differiva da quello di altri paesi occidentali: la forte conflittualità politica e la consapevolezza delle grandi difficoltà nella ricostruzione morale e materiale del paese, limitarono le discussioni sulla politica estera e di difesa. Le stesse forze armate italiane rinacquero con fatica a causa dei limiti imposti dal trattato di pace e da un generale smarrimento dovuto alla condizione di paese sconfitto, nonostante l’apporto della Resistenza, compresa quella militare.
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Eppure, in pochissimi anni l’emergere della Guerra Fredda e il protagonismo delle due nuove superpotenze, Usa e Urss, segnarono un notevole peggioramento nei rapporti tra i paesi che solo qualche tempo prima avevano fatto parte della coalizione alleata che aveva sconfitto le forze dell’Asse. Tanto che l’Italia e l’Europa occidentale reagirono, su stimolo degli Stati Uniti, all’aggressività sovietica attraverso la nascita del Patto Atlantico (1949), un’alleanza difensiva contro il blocco orientale, che comportava la presenza sul territorio nazionale di numerose basi americane e alcune centinaia di armi atomiche.
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In seno alle classi dirigenti dell’Europa occidentale (Italia, Germania e Francia su tutte), emerse la consapevolezza che la risposta militare da sola non bastasse. A maggior ragione, in seguito alla paura di un armageddon nucleare acuitasi con la notizia della bomba atomica fatta scoppiare dai sovietici il 29 agosto 1949 nel poligono di Semipalatinsk, in Kazakistan. Di fronte alla notizia si fece più urgente il varo di una serie di iniziative che andassero verso l’integrazione europea.
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Il momento chiave dell’inizio del processo di integrazione emerse con la dichiarazione del ministro degli esteri francese Robert Schuman, che propose di mettere insieme le risorse carbo-siderurgiche franco-tedesche nel quadro di una partecipazione aperta ad altri paesi, Italia e Benelux su tutti. De Gasperi accolse positivamente la proposta e l’Italia fu tra i paesi firmatari del trattato istitutivo della comunità carbone e dell’Acciaio (Ceca), un mercato comune fondato sul libero commercio e su un equo accesso alle risorse del settore carbosiderurgico.
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Una scelta che doveva molto alla volontà dell’allora Presidente del consiglio, figlio della dissoluzione di un impero e testimone della resa di gran parte dell’Europa ai totalitarismi. Dopo l’adesione al Consiglio d’Europa del maggio 1949, l’Italia si confermava all’avanguardia del processo di integrazione, evidenziando un protagonismo in politica estera non scontato, data la sua situazione nell’aprile 1945, che raggiunse lo zenith con i trattati di Roma del 23 marzo 1957 istitutivi della Cee (Comunità economica europea) e l’Euratom (Comunità europea per l’energia atomica).
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Oltre a stabilire la nascita di un mercato comune (Mec) per la libera circolazione delle merci, i trattati creavano i prodromi di una libera circolazione delle persone che avrebbe avuto una concreta attuazione nel cosiddetto trattato di Schengen, al quale l’Italia aderì nel 1990. E proprio la recente sospensione del trattato a causa di emergenze legate al terrorismo o al fenomeno migratorio ha rappresentato una delle manifestazioni più evidenti della crisi del nesso tra europeismo e pace.
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La Cee, che si era trasformata in Unione Europea giungendo all’adozione dell’euro come moneta comune, era riuscita a raggiungere traguardi positivi dal lato economico, mentre stentava a decollare sul lato di una comune politica estera e di difesa. Nonostante il trattato di Maastricht del 1992 stabilisse la nascita di una Politica estera comune (Pesc) e di una politica di Sicurezza e Difesa Comune (Psdc), i contrasti tra i diversi paesi hanno impedito lo svilupparsi di una difesa europea indipendente, volano necessario per avere voce in capitolo nelle diverse crisi mondiali e nella dialettica con Usa, Russia e Cina.
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Neanche l’istituzione della Pesco (Cooperazione strutturata permanente), nel 2017, nata con il compito di incrementare la spesa e gli investimenti nel settore della difesa tra i 26 stati aderenti, è riuscita a migliorare i contributi alle operazioni e missioni svolte sotto l’ambito della Psdc stessa.
Non che i padri costituenti dell’Europa unita avessero sottovalutato il bisogno di una difesa comune, tutt’altro. Già il 14 ottobre 1950, nelle more della guerra di Corea, il primo ministro francese René Pleven aveva proposto l’idea di una Comunità europea di Difesa (Ced) con la costituzione di un esercito europeo composto da contingenti nazionali sotto l’egida di un ministro della difesa comune.
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De Gasperi, pur essendo un convinto sostenitore della proposta, fu tra i pochi che comprese quanto fosse necessaria, a fianco di quella militare, anche una comunità politica; in caso contrario la Ced sarebbe stata subordinata alla potenza dell’asse franco-tedesco e a una larvata ostilità degli Stati Uniti. Su impulso di Spinelli, De Gasperi pensò all’articolo 38 del trattato che stabiliva come, una volta nata la Ced, dalla medesima assemblea parlamentare sarebbe scaturita una vera e propria Comunità economica europea.
Con la morte di De Gasperi, le perplessità degli altri paesi europei sul riarmo della Germania federale, previsto dal testo del trattato e soprattutto con la bocciatura del parlamento francese il 30 agosto del 1954, il progetto fu definitivamente messo da parte.
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Come visto precedentemente, nonostante gli sforzi fatti negli ultimi anni rimane il problema di fondo della difficoltà di cessione di sovranità da parte dei singoli stati nazionali. Da parte italiana, i dati raccontano di un’l’Italia in prima fila nelle diverse missioni civili e nelle operazioni militari Psdc, spesso con ruoli di comando e con una evidente expertise maturata da moltissimi anni nelle diverse operazioni di peacekeeping, peacermaking e peacebuilding. Resta la questione dell’atteggiamento di un’opinione pubblica in larga parte disinteressata alle questioni militari, tanto che qualcuno ha descritto l’Italia degli ultimi anni come una non war community. Un maggiore protagonismo dell’Europa nell’ambito delle sue missioni civili e militari potrebbe essere una soluzione per un chiarimento delle questioni mondiali più spinose ora sul tappeto.
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