
• Sandro Calvani
Se faccio imparo
L'ottimismo ostinato dell'educazione protopica
• Erica Cassetta
Viaggio ad Auschwitz
Ragioni di una visita. Perché Auschwitz non diventi nulla
• Christel Antonazzo
Ventunesima edizione del Treno della Memoria
Un progetto che educa alla memoria e alla complessità
Viaggio ad Auschwitz Ragioni di una visita.
Perché Auschwitz non diventi nulla
Le riflessioni che seguono nascono
dal viaggio ad Auschwitz svoltosi
nel mese di gennaio a seguito
degli studenti del Treno della memoria
e dei loro educatori.
Quando il negazionismo tenta
di distruggere la memoria della Shoah,
è nostro compito
di persone di scuola conservarla
e combattere l’indifferenza,
riconoscendo nel presente i segni
di ciò che è avvenuto in passato.

Ufficio Studi CISL Scuola

Ora abbiamo visto con i nostri occhi, odorato con i nostri nasi, tocato con le nostre mani. Abbiamo visto e calpestato le rotaie ferrate su cui arrivavano i treni con il loro carico di esseri umani, e le rampe dove essi venivano fatti scendere e incolonnati per la selezione.
​
Donne bambini anziani persone fragili da una parte, donne e uomini ancora apparentemente vigorosi e quindi atti a fungere da energia motoria, dall’altra. La selezione non seguiva comunque un criterio definito, quindi prevedibile; per sbaglio capriccio disattenzione si finiva in una fila piuttosto che nell’altra.
​
Abbiamo calpestato la terra mista a neve delle strade che separavano con logica ingegneristica, spazi adibiti a varie funzioni e riservati ai diversi soggetti: da una parte coloro che sarebbero stati sommersi, dall’altra coloro che avrebbero deciso quando e come farlo. ​
​​
Ci siamo avvicinati alle recinzioni di filo spinato che interrompevano il cielo dove scorreva la corrente a 700 volt e ascoltato il racconto sulla mamma che sceglie di far morire il figlio che si trovava dall’altra parte del campo, abbracciato a lei, coprendogli la testa e il volto, piuttosto che farlo morire da solo gassato e passato al forno crematorio.
​​
Abbiamo sentito la miseria e l’atroce abbandono delle cose ammucchiate senza nessuna relazione più con l’umano, occhiali scarpe valigie abiti. Abbiamo visto la massa di capelli diventati uniformemente incolori.
Come non piangere davanti a quell’ultima traccia di corpi umani, come non pregare ognuna e ognuno il nostro dio, la nostra coscienza, la nostra anima e chiedere perdono anche per loro, per quelli che umani più non furono, per ciò che gli umani ancora fanno nel mondo e ciò che potrebbero ancora fare?
​​
Abbiamo visto le aperture sul soffitto da dove veniva diffuso il gas Zyclon B in stanze che potevano contenere cento persone e dove invece ne erano ammassate migliaia; corpi ammassati l’uno contro l’altro, asfissiati prima che dal veleno dalla mancanza d’aria. E pochi minuti dopo essere trasportati dagli uomini del Sonderkommando nella stanza attigua, dove venivano gettati nei forni sempre in funzione, alimentati dal carburante umano di quella stessa carne.
​​​
Un ciclo completo in cui anche le loro ceneri (come prima i denti d’oro i vestiti e i capelli) servivano per alimentare l’industria della morte: gettate nei campi servivano da fertilizzante per le coltivazioni di barbabietole e patate da dare agli animali e agli esseri umani per nutrirli con brodaglie che li alimentavano una volta al giorno. Un ciclo continuo in cui subito altri carichi dovevano prendere il posto dei precedenti e in cui negli ultimi mesi, quando fu chiaro che il disegno dello sterminio totale degli ebrei e di tutti coloro che potevano contaminare la razza non sarebbe stato più possibile, i corpi furono gettati nelle fosse comuni e lì bruciati a cielo aperto.
​​​
Siamo entrati nelle latrine dove si ammassavano l’uno accanto all’altro nel freddo e nel fetore, ambendo comunque a trovare posto per non disperdere i loro escrementi e mantenersi umani nell’inumanità, mentre alcuni di loro raccoglievano i liquami e li trasportavano nei campi per concimarli. Nulla doveva andare perduto.
​​​​
Qui abbiamo ri-scoperto la nostra povertà e miseria di donne e uomini e ri-scoperto nell’atrocità del male la nostra comune appartenenza al genere umano.
Un’appartenenza che non può essere neutra, priva della consapevolezza che questa è stata una storia maschile. Il nazismo e l’ideologia che lo sottendeva rappresentano la più aberrante manifestazione dell’allontanamento dell’uomo dalla natura e dal corpo della madre che lo ha generato, della negazione dell’uguaglianza e la dignità che accomuna gli uomini e le donne, gli uomini e gli uomini, le donne e le donne quando compaiono sulla scena del mondo. Un principio di separazione e distinzione e la costruzione di gerarchie esistenziali e sociali, fino ad arrivare all’esaltazione della superiorità dell’uno sull’altro, di un popolo sull’altro, di una razza sull’altra e a proclamarne l’onnipotenza e l’illimitato potere.
​​​​
Il cielo di Auschwitz d’inverno è ancora grigio e basso e incombe sulle cose e sulle donne e gli uomini, senza spiragli di speranza.
Siamo arrivati lì insieme ad altri e altre e ciò che abbiamo vissuto ha senso proprio perché non si è trattato di un’esperienza individuale, privata. Non è stata una visita all’interno di un viaggio qualsiasi che prevedeva anche un museo all’aperto. Piuttosto è stata una visita ad un cimitero e l’abbiamo compiuta con tutta la solennità che si deve ai morti.
​​​​
Il senso di questa visita si colloca nell’impegno e nella responsabilità che abbiamo come singoli che si muovono all’interno di un’organizzazione il cui fine è quello di difendere diritti sociali e trasmettere come docenti e personale della scuola il valore dei diritti umani, l’inviolabilità della persona. E abbiamo vissuto questa esperienza nella cornice di un’iniziativa che porta migliaia di studenti e studentesse ogni anno a visitare questi luoghi, ma soprattutto a vivere il tempo in quei luoghi e quindi a dare senso al passato nel presente. È il tempo infatti che dà senso a ciò che viviamo, non le cose e lo spazio che altrimenti rimangono oggetti inerti; le emozioni i sentimenti sono quelli che scandiscono il tempo e in esso i luoghi, gli spazi, le cose.
​​​
Per la prima volta nella storia furono allora istituiti tribunali internazionali per giudicare e punire crimini che l’umanità non aveva mai conosciuto prima, nella misura in cui i nazisti furono capaci di fare. La difficoltà che i tribunali si trovarono ad affrontare fu proprio l’enormità di ciò che era successo, della colpa e della mancanza di strumenti giuridici per la condanna, la punizione.
​​​
Fu istituito il “crimine contro l’umanità” che insieme all’enorme numero di morti, anche popolazioni civili inermi che furono il tragico bilancio della Seconda Guerra Mondiale (60 milioni secondo alcune stime) e all’uso di strumenti bellici di inaudita potenza che superavano tutti quelli precedentemente inventati e utilizzati dagli uomini, formalizzava un salto inusitato, mai avvenuto nella storia. Furono gettare le basi del Diritto internazionale che ha permesso di incriminare dittatori e criminali di guerra quali Ratko Mladic’, Mu’ammar Gheddafi, Saddam Hussein, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu.
​​​
Ciò che noi abbiamo provato, individualmente e collettivamente davanti alle teche che custodiscono i poveri resti umani, quasi un limine sacro, è stato, accanto all’infinita pietà, una profonda vergogna. E la vergogna era rivolta a coloro che avevano subito, ma anche a quelli che avevano commesso atti di indicibile violenza e premeditata realizzazione; in apparenza un sentimento ingiustificato rivolto ai colpevoli. Ma che nasce proprio nel riconoscere a coloro che li hanno compiuti un’appartenenza comune, nostri fratelli figli mariti padri, qualche madre, Caino che conduce al fiume suo fratello e lo uccide.
​
Coloro che furono giudicati dai tribunali, pochi in realtà, non provarono quasi mai pentimento o vergogna per ciò che avevano compiuto. Ed è proprio anche la mancanza totale di questo sentimento, legato al riconoscimento della colpa commessa, che ha impedito alla società tedesca di fare i conti fino in fondo con ciò che era successo al suo interno.
​​​
Ma la difficoltà di fare i conti fino in fondo con la storia passata, la difficoltà che incontrarono sin dall’inizio i tribunali di Norimberga e di Gerusalemme credo che nasca anche da quel comune sentimento di vergogna, dall’impossibilità di poter dire fino in fondo “Io non l’avrei fatto!”. Ciò non esclude che ci furono coloro che si rifiutarono di farlo. È questo che ci assegna una responsabilità e un compito per l’oggi e per il futuro: riconoscere nel presente i primi sintomi della malattia per poterli curare in tempo prima che essa diventi morbo anzi, prevenirla ancor prima che si manifestino i primi sintomi.
​​​
Il nostro compito consiste nel conservare la memoria di ciò che abbiamo visto e vissuto in questi giorni, mai smettere di conoscere, di studiare; non rimuovere. Mai distogliere lo sguardo da ciò che succede intorno a noi per essere pronti a cogliere i segni che si manifestano, simili, perché ciò che è successo può succedere ancora, ma non uguali, perché la storia non si ripete, mai.
​​​
Come i ragazzi e le ragazze del Treno della Memoria, gli educatori presenti insieme a loro che ci hanno accompagnato nel nostro viaggio, che realmente e idealmente ripercorre i viaggi che da tutta Europa migliaia, milioni di esseri umani hanno compiuto verso i luoghi dell’annullamento e dello sterminio. Dobbiamo essere “testimoni dei testimoni”, di ciò che abbiamo visto e di ciò che gli ultimi testimoni, Liliana Segre, Edith Bruck, Sami Modiano, hanno raccontato e hanno scritto, perché la memoria va coltivata, va alimentata.
​​​
E quando la sentiremo affievolirsi dovremmo tornare in questi luoghi, portare lì le nostre figlie, i nostri figli e nipoti, le nostre studentesse e studenti perché vedano anch’essi, nella galleria di foto dedicata a coloro che furono schedati, i volti e gli occhi che abbiamo visto, e che senza parlare ci hanno detto di non dimenticare. Quel nome che abbiamo pronunciato nell’ultima tappa del nostro viaggio, davanti al vagone che li portava lì, sui binari che attraversavano i centri abitati, nella normalità della vita quotidiana, nella riduzione del male a normalità.
​​​​
Il tradimento peggiore verso questi esseri umani, verso noi stessi, sarebbe quello di permettere la negazione di ciò che è successo da parte di chi non ha come obiet tivo il conseguimento della verità, e si presta quindi ad un confronto autentico, ma ha invece quello della negazione di ciò che è stato. Che Auschwitz non diventi nulla e sparisca dalla nostra memoria individuale e collettiva. Come insegnati abbiamo il dovere civile di ricordare e insegnare ciò che è stato per costruire un mondo in cui ciò non sia più possibile.
​​​
Prima della negazione di un’esperienza, di questa esperienza, coloro che la operano trovano un valido alleato, un adeguato terreno di coltura, nell’indifferenza con cui ci poniamo di fronte al genocidio e allo sterminio, derubricandoli come accaduti in un passato oramai remoto o come qualcosa che non ci riguarda, che non ha ragione di entrare nelle vostre vite.
​​
Una diversa forma di nullificazione, quella per cui non riconosciamo a qualcosa o qualcuno, neanche la dignità di stare al mondo, la dignità che il nostro sguardo si posi su di esso, su di lei, su di lui.
​​
​​
​​​
FILMOGRAFIA
1) Norimberga, film, 2025 sceneggiato e diretto da James Vanderbilt. La pellicola, basata sul romanzo Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai, è interpretata da Russell Crowe, Rami Malek; remake della serie televisiva Nuremberg.
​​
2) Nuremberg, serie televisiva del 2000, regia di Yves Simoneau, con Alec Baldwin e Christopher Plummer (Visibile in italiano su Prime video).
​​
3) La conferenza, (Titolo originale Die Wannseeconferenz), Regia Matti Geschonneck, 2021. Film-documentario trasmesso sulla rete ZDF della televisione tedesca, presenta la conferenza tenutasi sul lago di Wannsee a Berlino nel gennaio del 1942, nella quale fu decisa la “soluzione finale del problema ebraico”. Il film si basa sul ritrovamento dei verbali della conferenza avvenuto nel 2012.
​​
4) I taccuini di Norimberga, in La Storia siamo noi, di e con Giovanni Minoli, 2012 su RAI Play.
​​
5) La verità negata, film, regia Nick Jackson, 2016 con Rachel Weitz, Tim Wilkinson, Timothy Spall, sulla battaglia legale della storica Deborah Lipstadt contro David Irving, negazionista dell’Olocausto contro gli Ebrei.
​​
​​​
​​
​​
BIBLIOGRAFIA
Donatella Di Cesare, Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo, Torino, Bollati-Boringhieri, 2022 Saggio
​​
Il diario di Dawid Rubinowicz, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1960 e 2000 Narrativa
​​
Trudi Birger, Ho sognato per anni la cioccolata, Alessandria, Edizioni Piemme, 1999 Narrativa
​​
Bogdan Bartnikowski, Infanzia dietro il filo spinato, Copyright by Museo statale di Auschwitz-Birkenau, 2010 Narrativa
​​
Anna Frank, Diario, Einaudi, Torino, 1954 e 1990 Narrativa
​​
Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1958 Narrativa
​​
Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1986 Narrativa
​​
Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, 1985 Narrativa
​​
Elie Wiesel, La notte, La Giuntina, 1980 Narrativa
​​
Elisa Springer, Il silenzio dei vivi, Marsilio Editori, 1997 Narrativa
​​
Shlomo Venezia, Sonderkommando Auschwitz, Rizzoli, 2007 Narrativa
​​
Verbali della Conferenza di Wannsee (K. Pätzold – E. Schwarz, Ordine del giorno: sterminio degli ebrei. La conferenza del Wannsee del 20 gennaio 1942 e altri documenti sulla “soluzione finale”, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 102-111. Traduzione di A. Michler)
​
​​
Nota didattica: La bibliografia e la filmografia proposte si prestano a percorsi didattici disciplinari e pluridisciplinari per la scuola secondaria di primo o secondo grado, a seconda della scelta del docente e la “maturità” della classe.
A titolo esemplificativo in un percorso pluridisciplinare di Storia e Tedesco per una ultima classe della secondaria di secondo grado, si potrebbero utilizzare i Verbali della conferenza di Wannsee (in Italiano) e la serie televisiva Wannseeconferenz (in lingua originale tedesca).
Se ciò fosse stato preceduto, magari nella penultima classe, da un viaggio d’istruzione sui luoghi dell’Olocausto, il percorso potrebbe dirsi completo.
Un altro percorso pluridisciplinare da suggerire, di Filosofia e Storia, potrebbe essere quello sul negazionismo, con la lettura del libro Se Auschwitz è nulla, e la visione del film La verità negata.
Infine per la scuola secondaria di primo grado o per il biennio della secondaria, potrebbe essere interessante, nella programmazione di Italiano, mettere a confronto il Diario di Anna Frank appartenente a una famiglia benestante di ebrei di Amsterdam, con quello di David Rubinowicz scritto da un ragazzo ebreo appartenente ad una povera famiglia di ebrei polacchi, delle campagne della Bassa Slesia.
​​
​​
​​


