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Non uccidere di C. Autant-Lara
L'arpa birmana di K. Ichikawa

 

I film Non uccidere di Claude Autant-Lara e l’Arpa birmana di Kon Ichikawa trattano rispettivamente dell’obiezione di coscienza e della transizione di un soldato a monaco buddista e contengono numerosi spunti di riflessione e discussione per le scuole. 

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Saggista, attivista, giornalista e critico

cinematografico, letterario e teatrale italiano 

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Il film Non uccidere (1961) di Claude Autant-Lara (e dei suoi ottimi sceneggiatori Jean Aurenche e Pierre Bost) non è forse un capolavoro, ma è certamente un buon film che vale per l'argomento che tratta, ma anche per il modo in cui lo tratta: nientemeno che l'obiezione di coscienza. Che è stata accolta nelle leggi europee dopo molte battaglie. In Italia chi rifiutava per ragioni morali di portare la divisa, di imparare a sparare e ad ammazzare, veniva processato e condannato a 4 anni di carcere militare, e all'uscita veniva richiamato di nuovo e processato di nuovo... 

Autant-Lara era un buon regista tradizionale, e il suo film più noto fu Il diavolo in corpo (1947, tratto dal romanzo di Raymond Radiguet), sul tragico amore di uno studente e una giovane donna sposata, il cui marito è al fronte a combattere nella prima guerra mondiale (ne erano interpreti Gérard Philipe e Micheline Presle). Ma nonostante la posizione importante di Autant-Lara nel mondo del cinema francese, la censura vietò la realizzazione di Non uccidere e il film venne fortunosamente girato, se ben ricordo, in Jugoslavia e presentato al Festival di Venezia con un certo clamore. Fu vietato per anni in Francia e un po' meno a lungo in Italia (ricordo che il sindaco di Firenze La Pira ne permise, anzi ne volle una rappresentazione pubblica quando il film non aveva il visto di censura, mettendosi contro il suo collega di partito il ministro Andreotti). 

L'obiezione di coscienza era un argomento scottante, e nel film gli autori confrontano tra loro due storie vere, affrontate in due processi paralleli: quella di un giovane tedesco (nel film Horst Frank) che ha ucciso un partigiano francese e a guerra finita si consegna alle autorità, e viene assolto, e quella di un giovane obiettore francese che rifiuta il servizio militare (nel film l'ottimo Laurent Terzieff) e viene invece condannato. Nello stesso giorno e da una stessa giuria. 

Passarono anni prima che l'obiezione di coscienza venisse accolta nelle leggi francesi e in quelle italiane, e qualsiasi proiezione del film venne proibita in Francia, per anni. 

Se vale la pena di mostrarlo (è facile recuperarlo in dvd) è perché può stimolare discussioni e riflessioni di enorme peso nella formazione delle coscienze giovanili. Oggi perdipiù che le guerre continuano oscenamente a massacrare non solo i giovani, e che sono sempre i giovani quelli chiamati a farle (e a morirvi). In Italia le battaglie per l'obiezione di coscienza hanno avuto rappresentanti illustri come Aldo Capitini e come don Primo Mazzolari (Tu non uccidere) e don Lorenzo Milani. Quest’ultimo fu processato da un tribunale militare per aver scritto in difesa di un obiettore cattolico L'obbedienza non è più una virtù, mettendosi contro tutta la categoria, ancora numerosa al tempo della coscrizione obbligatoria, dei cappellani militari. Oltre il film e le chiarificazioni che può ancora validamente favorire – non c'è più la coscrizione obbligatoria, ma non si può certo dire che non ci siano più guerre! – un insegnante curioso potrebbe far ascoltare anche una bellissima canzone di Boris Vian, in cui un coscritto dichiara la sua indisponibilità a prendere le armi e quella improvvisata che scrisse Franco Fortini durante la marcia Perugia-Assisi, voluta da Capitini nei primi Sessanta. La canzone così cominciava: “E se la patria chiama, lasciatela chiamare, / oltre le Alpi e il mare, un'altra patria c'è”. Ma, sia chiaro, non alludendo alla patria sovietica, dove l'obiezione di coscienza non è mai stata accettata, e tanto meno lo è oggi. Da Stalin a Putin. 

C'è infine un altro film (del 1956) anche questo molto amato da Capitini e dai suoi amici, stavolta giapponese: L'arpa birmana di Kon Ichikawa, che è davvero un capolavoro e narra di un soldato giapponese che, a guerra finita, si fa monaco buddista per dedicarsi al tremendo compito di seppellire i morti lasciati sul terreno dalle grandi battaglie della guerra in Asia. 

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