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editoriale

Essere e avere 
 

Il nostro obiettivo come sindacato

è quello di aiutare le persone

nel conseguire il miglioramento

delle proprie condizioni di vita

e di lavoro. La condizione materiale dell’esistenza non esaurisce però

la dimensione della persona.

L’intento che ci ha mosso in questo numero della rivista nel parlare

di ben-essere è stato quello

di riconsegnare al verbo “essere”

il primato che gli spetta, insidiato

nella realtà dalla prevalenza dell’“avere”.

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Segretaria Generale

CISL Scuola 

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Tra i molti e diversi i significati che il termine benessere può assumere, quello forse più immediatamente percepito evoca quanto il dizionario Treccani riporta – in realtà come seconda definizione – presentandocelo come sinonimo di prosperità e agiatezza. In senso individuale e collettivo, tanto da caratterizzare una corrente di pensiero economico che poneva il benessere generalizzato come proprio fondamentale obiettivo.

Il Welfare state, letteralmente “stato del benessere”, è giustamente considerata una delle più importanti conquiste di civiltà realizzate dalle società a ordinamento democratico. Le definiamo tali proprio perché assicurano ai cittadini, oltre alla libertà di espressione e di voto, una rete di servizi a garanzia dell’esercizio di diritti fondamentali come la salute e l’istruzione.

Consideriamo società del benessere quelle nelle quali si realizza in massimo grado la liberazione dal bisogno: cui segue, più o meno rapidamente, un’elevata e diffusa capacità di consumo. È il percorso che il nostro Paese ha seguito, a tappe progressivamente accelerate, nel secondo dopoguerra; e mentre si fa sempre più avvertito il rischio che il processo possa ora rallentare o addirittura arrestarsi, per larga parte del pianeta rimane tuttora un’aspirazione difficile da soddisfare. 

Ma non è questo, o almeno non solo questo, il benessere su cui vogliamo soffermarci a riflettere e ragionare. Tornando alle pagine del dizionario Treccani, la prima definizione del termine rimanda a uno “stato felice di salute, di forze fisiche e morali”.

Eppure, non è così raro il caso di persone affette da stati morbosi, o da imperfezioni, disabilità più o meno gravi, che in realtà esprimono l’energia, la forza, la dinamicità di una visione di sé e della propria esistenza con una vitalità spesso superiore a quella di tanti soggetti sani e “normali”. Potrei citare nomi di personaggi famosi, del mondo dell’arte o dello sport, ma non mi mancano altri esempi, personalmente più vicini, di chi affronta passaggi impegnativi della vita, anche in età giovanissima, con la volontà e la determinazione, visibile già nella luminosità dello sguardo, di esserne comunque protagonista in positivo. 

È in casi come questi che si può cogliere il senso del trattino col quale abbiamo voluto scindere, nella scelta della parola cui dedicare la nostra attenzione in questo numero, i due termini che la compongono, suggerendone anche una lettura rovesciata, “essere bene”, attraverso la quale possiamo coglierne il significato che più ci sta a cuore. 

Riconsegnare al verbo “essere” il primato che gli spetta, insidiato nella realtà dei fatti dalla prevalenza di “avere” quando si parla di benessere, è l’intento che ci muove. Non perché sottovalutiamo l’importanza del possesso e della disponibilità di beni materiali, che è condizione indispensabile perché l’esistenza di una persona veda affermato un pieno riconoscimento della sua dignità; così come lo è la presenza di un welfare che assicuri a tutti, come già osservavo all’inizio di queste note, l’accesso a servizi che garantiscono l’esercizio effettivo dei diritti di cittadinanza.

Siamo un sindacato che, proprio su questi aspetti, fonda la sua ragion d’essere, organizzando persone che nello stare e agire insieme rafforzano la propria capacità di perseguire l’obiettivo di un miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro. Che sono anzitutto condizioni materiali, fatte di retribuzioni dignitose e conformi al valore del lavoro svolto, di tutele per le situazioni di emergenza personale e familiare, di salubrità, adeguatezza, comfort e sicurezza degli ambienti di lavoro. Temi che affollano l’agenda dei nostri impegni quotidiani, a ogni livello dell’organizzazione. 

Abbiamo da poco chiuso un rinnovo contrattuale, punto di arrivo e di ripartenza verso un nuovo negoziato, che contiamo di avviare nel più breve tempo possibile. 

Così come continueremo a chiedere al Legislatore investimenti che riteniamo essenziali, come quelli per il riassetto di un patrimonio di edilizia scolastica in gran parte lontano dai requisiti richiesti per una scuola che sia accogliente e sicura, condizioni entrambe indispensabili perché chi la frequenta, sia esso insegnante o studente, ci stia volentieri e bene. Stare bene a scuola – quante volte lo si è detto! – è una delle premesse per il successo formativo. E quanto ci sarebbe da dire sul clima che dovrebbe essere collaborativo tra scuola, famiglia, comunità sociale, e che invece ogni giorno si scopre essere carico di tensioni e conflittualità. 

Richiamo invece l’attenzione su un aspetto che ci riporta al tema centrale di questo numero della rivista, e alla declinazione che – anche usando il trattino – abbiamo inteso dare al termine ben-essere. Lo faccio con alcune considerazioni sui progetti di riforma che si sono concentrati, prevalentemente, sul versante dell’istruzione tecnica e professionale. Quello che si collega in temini più immediati, ma per molti non abbastanza, ai settori economico produttivi. 

Senza indulgere a ideologismi, o alla ricerca di pretesti – come in qualche caso succede – per manifestare comunque ostilità preconcette, non riesco a rimuovere il dubbio che nell’approccio al tema dell’efficacia formativa del nostro sistema scolastico prevalga in fondo un atteggiamento di subalternità alle logiche di impresa, facendo della produttività e della competitività del sistema la stella polare di cui anche la scuola dovrebbe servirsi per orientare il proprio cammino. 

Non ho dubbi sul fatto che le prospettive di occupazione debbano essere uno dei fattori da considerare nell’orientamento agli studi: con altrettanta convinzione dico che per la scuola non possono essere l’unico, e non sono sicuramente il principale obiettivo. Che credo sia, e debba rimanere, quello di promuovere la formazione integrale della persona, in cui la dimensione individuale non sia mai scissa dal senso di appartenenza a una comunità, fatta di relazioni improntate a una condivisione solidale del proprio “esistere” con quello degli altri. È una dimensione dell’essere, oltre che dell’avere, quella che vorremmo fosse sempre privilegiata, e su cui vorremmo richiamare l’attenzione. Credo ce ne sia bisogno sempre: forse oggi, per i conflitti che a livelli e con intensità diversa segnano il tempo che viviamo, ce n’è bisogno ancor di più. 

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