editoriale
Il futuro
si costruisce
Vogliamo una scuola capace di futuro
perché crediamo in un Paese capace di futuro.
Serve perciò “una politica
nazionale per la scuola” non costretta
nei limiti angusti della polemica di parte,
ma capace di guardare con lungimiranza,
e ricercando la più ampia condivisione,
almeno ai prossimi dieci anni.

Segretaria Generale
CISL Scuola

Pensare al futuro significa immaginare come migliorarlo, anche a partire dai guasti del presente. Il futuro non è un luogo dove arriveremo, né una minaccia da cui difenderci: è uno spazio di responsabilità. Il futuro, a dire il vero, è già dentro il presente, perché le immagini che ci facciamo di ciò che potrà accadere condizionano le decisioni che prendiamo oggi. Non esiste tuttavia un solo futuro: esistono futuri possibili, probabili, desiderabili, futuri che temiamo e futuri che possiamo contribuire a costruire.
​
DENATALITÀ: QUANDO UN PAESE SMETTE DI GENERARE FUTURO
Nel 2025 in Italia sono nati circa 355mila bambini. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14 e nel primo semestre 2026 le nascite sono diminuite ancora. I demografi parlano di “degiovanimento”: diminuisce progressivamente il peso delle nuove generazioni. Le previsioni Istat, nello scenario mediano, indicano il possibile passaggio dagli attuali 58,9 milioni di abitanti a circa 55 milioni nel 2050: lo scenario che si profila è: meno bambini, meno giovani, meno persone in età lavorativa, più anziani e territori che si spopolano.
​
La denatalità si riflette sulla scuola con la diminuzione degli alunni: meno classi, una riorganizzazione della rete scolastica che spesso rende impossibile avere una scuola nei piccoli comuni e nelle aree interne. Eppure, meno bambini non significa minore bisogno di scuola: può essere invece una condizione che rende possibile realizzare una scuola migliore.
​
Se i giovani saranno numericamente meno, ogni giovane dovrà contare di più. Meno alunni deve significare più attenzione a ciascuno: classi meno affollate, più tempo educativo, più personalizzazione e sostegno alle fragilità. E con riferimento alle questioni che animano il dibattito in questi giorni, sulla presenza che sarebbe eccessiva di alunni stranieri nelle nostre classi, faccio mie le parole del presidente Mattarella, quando ci ricorda che la scuola è presidio fondamentale di accoglienza, integrazione, libertà, uguaglianza, coesione.
​
NUOVE GENERAZIONI: DALLA FRAGILITÀ ALLA POSSIBILITÀ
Disagi, inquietudini, ansia per un futuro denso di incognite indicano quanto sia più complicato “crescere” nella società di oggi. Ma eviterei etichette semplicistiche, come accade parlando di “generazione fragile”: la fragilità appartiene alla condizione umana e il disagio dei ragazzi è anche uno specchio nel quale noi adulti dovremmo guardarci.
​
I ragazzi vivono in una società che chiede loro di essere sempre performanti, visibili, di scegliere in fretta chi vogliono diventare, dentro un mondo adulto incerto sul proprio futuro. Anche il digitale entra nella costruzione dell’identità, ma la tecnologia amplifica dinamiche che appartengono alla società intera.
​
INTELLIGENZA ARTIFICIALE: CHI DECIDE?
La vera competenza digitale consiste nel sapere quando utilizzare l’intelligenza artificiale, come verificarla e quando scegliere consapevolmente di farne a meno. La scuola non deve demonizzare l’IA, e non deve nemmeno subirla: deve conoscerla, sperimentarla, insegnare a interrogarla e a metterla in discussione.
​
L’IA può servire alla didattica per costruire materiali differenziati, personalizzare percorsi, facilitare l’inclusione, verificare risposte, individuare errori e stereotipi. Anche a esercitare il pensiero critico, se ben gestita. L’IA deve servire ad aumentare la capacità di pensare dello studente, non a sostituirla.
​
C’è infatti il rischio della “delega cognitiva”, cioè la progressiva rinuncia a esercitare le nostre capacità di pensiero, delegando all’IA anche la costruzione di idee, il ragionamento e il giudizio. Quando smettiamo di interrogarci e farci domande, andiamo incontro a un “impoverimento cognitivo”. Non dimentichiamoci mai che la scuola deve formare persone capaci di governare la tecnologia, non portate a dipenderne.
​
A decidere deve essere la persona, informata, libera e responsabile; devono essere le comunità organizzate e guidate da regole democratiche; devono decidere i lavoratori quando l’IA modifica il loro lavoro, gli insegnanti quando interviene nella relazione educativa.
Il vero confine da difendere, come ci ammonisce magistralmente la Magnifica Humanitas, è quello fra una tecnologia al servizio della libertà umana e una persona subordinata alla logica della tecnologia.
​
FORMARE PERSONE PER UN FUTURO CHE CAMBIA
La scuola non può inseguire continuamente le trasformazioni dell’economia: non avrebbe nemmeno il tempo di farlo, per la rapidità con cui avvengono i processi: deve piuttosto formare persone capaci di affrontare i cambiamenti, anche quelli che oggi non siamo nemmeno in grado di prevedere.
​
Non mi stancherò mai di ripetere che la persona viene prima della sua funzione economica. Dobbiamo formare persone colte e competenti, capaci di pensiero critico, di usare la tecnologia senza esserne usate, pronte ad apprendere per tutta la vita, in grado di misurarsi con l’incertezza senza rinunciare a progettare il futuro.
​
Non possiamo contrapporre hard skills e soft skills: le prime senza le seconde rischiano di diventare obsolete; le seconde senza conoscenze solide rischiano di trasformarsi in formule generiche e vuote. L’orientamento deve aiutare a conoscersi e a compiere scelte consapevoli, non indicare quale percorso “conviene”. La funzione più alta della scuola non è preparare i giovani a occupare un posto nel futuro, ma dare loro gli strumenti per partecipare alla sua costruzione.
​
CHI FA LA SCUOLA MERITA
Non esiste scuola del futuro senza le persone che ogni giorno la fanno vivere. Se vogliamo una scuola più autorevole, dobbiamo rendere più autorevole il lavoro di chi vi opera; se chiediamo più qualità, dobbiamo investire sulle professionalità. Tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni sono cresciute del 10,1%, mentre l’inflazione misurata dall’IPCA è cresciuta del 21,6%. La contrattazione produce salario, diritti e tutele, tuttavia per ragioni di contesto può rappresentare un fattore di tutela necessario, ma non sufficiente.
​
Se la rivalutazione economica del lavoro nella scuola resta il primo obiettivo, rispetto al quale la puntualità dei rinnovi è un passo fondamentale, il secondo nodo da affrontare con decisione è il precariato esteso oltre ogni limite sopportabile. Serve un sistema di reclutamento stabile, regolare, non continuamente modificato, capace di valorizzare l’esperienza professionale. Non servono ricorrenti procedure straordinarie, serve un sistema ordinario che funzioni davvero. Nell’ottica di una più significativa valorizzazione del lavoro scolastico, la formazione in servizio deve diventare componente strutturale della professione, con tempi, risorse e qualità adeguate: un diritto professionale prima ancora che un obbligo.
​
LE NOSTRE BATTAGLIE: DALLA RAPPRESENTANZA ALLE SCELTE PER LA SCUOLA
Abbiamo difeso la contrattazione come luogo in cui la dignità del lavoro diventa salario, diritti e partecipazione. Abbiamo sostenuto il recupero del potere d’acquisto, la puntualità dei rinnovi e il pieno riconoscimento economico delle professionalità.
​
Abbiamo sostenuto la valorizzazione di docenti, personale ATA, DSGA, funzionari e dirigenti scolastici. Nessuna di queste figure può essere considerata accessoria: la scuola funziona perché il loro lavoro si tiene insieme. Sulle riforme abbiamo chiesto confronto vero, tempi praticabili e rispetto dell’autonomia scolastica. Innovare non può significare ridurre la formazione a una risposta immediata alle esigenze produttive, né scaricare sulle scuole le difficoltà di attuazione. Lo stesso criterio vale per l’intelligenza artificiale: sperimentazione e formazione, con responsabilità umana; trasparenza e partecipazione di chi insegna e di chi lavora.
​
CONCLUSIONE
Il futuro non si prevede. Si costruisce. La scuola, i bambini e i ragazzi, chi insegna, chi dirige le scuole, il personale ATA ed educativo alimentano conoscenza, che è il fondamento necessario su cui costruire sviluppo economico, coesione sociale e qualità della democrazia.
​
Serve allora una politica nazionale per la scuola non costretta nei limiti angusti della polemica di parte, ma capace di guardare con lungimiranza, e ricercando la più ampia condivisione, almeno ai prossimi dieci anni.
​
Stabilire obiettivi condivisi significa programmare l’investimento di risorse, allineando almeno il Paese alla media della spesa per l’istruzione in ambito OCSE. È la premessa per affrontare e risolvere la questione salariale, superare strutturalmente il precariato, investire sulla formazione, riconoscere le professionalità, accompagnare l’innovazione e proteggere la presenza della scuola nei territori.
​
La scuola del futuro dipenderà dall’interazione fra istituzioni, lavoratori, studenti, famiglie, comunità, ricerca, economia e società civile. La CISL Scuola deve conservare e trasmettere la propria passione, coinvolgere nuove persone, dare spazio ai giovani, formare nuovi dirigenti sindacali ed essere presente nelle scuole ogni giorno, costruendo fiducia.
​
Vogliamo una scuola capace di futuro perché crediamo in un Paese capace di futuro, con la consapevolezza che nessuno, da solo, può costruire tutto questo, ma che insieme possiamo incidere, migliorare una condizione di lavoro, difendere un diritto e restituire fiducia a chi l’ha perduta. Il futuro dipende sempre, prima di tutto, dalle nostre scelte.
​
Al presente link è possibile consultare il testo integrale della relazione della segretaria generale, Ivana Barbacci, scaricare il programma e guardare i video delle riprese
delle tre giornate della Conferenza Programmatica.


