Conferenza
Programmatica
per la Scuola
La Scuola Generativa.
Educare il futuro della Repubblica
La Scuola Generativa valorizza chi vi lavora e usa l’IA per restituire tempo alla relazione educativa. Trasforma il dividendo demografico in qualità
e fonda un nuovo patto tra scuola e Repubblica:
il diritto di ogni persona ad apprendere
per tutta la vita, da zero a novantanove anni.

Professore Emerito di Macchine
e Azionamenti Elettrici del Politecnico di Torino

Ogni mattina, quando si apre il cancello di una scuola, accade qualcosa di molto più importante dell’inizio delle lezioni: una Repubblica ricomincia a costruire il proprio futuro. In quelle aule non entrano soltanto bambine e bambini, ragazze e ragazzi, ma i cittadini che domani saranno chiamati a custodire e rinnovare la nostra democrazia.
Per questo la scuola non è semplicemente un servizio pubblico: è la più grande infrastruttura civile del Paese. Investire nell’educazione significa investire nella libertà, nella coesione sociale, nell’innovazione e nella democrazia. Oggi, tra denatalità, disagio giovanile, trasformazione delle professioni e Intelligenza Artificiale, questa responsabilità cresce. La vera domanda non è quale tecnologia entrerà nelle classi, ma quale scuola saprà educare le persone che vivranno nel nuovo mondo.
È qui che nasce la Scuola Generativa: una scuola che trasmette il sapere, ma sa anche generarlo; che insegna, ma soprattutto educa ad apprendere; che accompagna ogni persona a scoprire i propri talenti e a metterli al servizio della comunità. Genera conoscenza, persone libere, fiducia, relazioni, cittadinanza e futuro. La scuola del XXI secolo non deve insegnare tutto: deve educare persone che non smetteranno mai di imparare.
Questa missione diventa ancora più importante davanti all’IA, che non rappresenta soltanto una nuova rivoluzione industriale. È una rivoluzione cognitiva: entra nel linguaggio, nell’elaborazione della conoscenza, nella costruzione delle ipotesi e delle decisioni. Non ci obbliga semplicemente a domandarci come insegnare con l’IA, ma che cosa significhi conoscere e imparare nell’era dell’IA.
La Scuola Generativa può essere costruita intorno a quattro verbi: imparare, disimparare, domandare e condividere. Imparare trasforma la curiosità in metodo e capacità critica. Disimparare mette in discussione abitudini che non rispondono più alla realtà. Domandare diventa decisivo: le macchine sapranno fornire sempre più risposte, mentre resterà umano formulare le domande giuste, verificare le fonti e rispondere di una conclusione. Condividere riconosce che la conoscenza raggiunge il suo valore più alto quando diventa patrimonio comune. Una scuola che insegna soltanto a rispondere prepara studenti efficienti; una scuola che insegna a domandare prepara cittadini liberi.
L’IA trova così il proprio posto: non sostituto dell’insegnante, ma strumento al servizio della persona. Può alleggerire attività preparatorie e ripetitive, sostenere la personalizzazione, rendere più accessibile la conoscenza e aiutare a riconoscere precocemente alcune difficoltà. Il suo vero dividendo dovrebbe essere il tempo umano. Se la useremo soltanto per permettere a un docente di gestire più studenti, avremo perso un’occasione. Se la useremo per consentirgli di dedicare più attenzione a ciascuno studente, avremo reso la scuola più umana.
Occorre però evitare la delega cognitiva. Alcune forme di sforzo non sono un costo da eliminare, ma il processo attraverso il quale impariamo. Uno studente può produrre un risultato eccellente insieme all’IA senza aver costruito le competenze che quel risultato sembra dimostrare. Prestazione e apprendimento non sono la stessa cosa. La valutazione dovrà osservare ciò che lo studente sa fare autonomamente e cooperando con l’IA, quanto comprende il risultato, come giudica il contributo della macchina e se sa trasferire ciò che ha appreso a un problema nuovo. Non dovrà certificare soltanto un prodotto, ma rendere visibili comprensione, autonomia e responsabilità.
In questa trasformazione l’insegnante non perde centralità: la ritrova. Diventa orchestratore dell’apprendimento, tutor della crescita personale e responsabile della relazione educativa. Decide quando introdurre l’IA e quando preservare il lavoro autonomo; riconosce fragilità e talenti; accompagna ogni studente verso una progressiva autonomia. La macchina elabora. Il docente interpreta. La relazione educa.
Ma “chi fa la scuola” comprende l’intera comunità professionale: docenti, dirigenti, personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Funzioni diverse rendono possibile un unico ambiente educativo. Valorizzarle non può essere soltanto un riconoscimento morale, né limitarsi alla dimensione economica. Serve un patto: la Repubblica investe nella dignità sociale e retributiva, nel tempo, nella formazione e nell’organizzazione; chi lavora nella scuola può crescere, sperimentare, condividere le pratiche e assumere nuove responsabilità.
La formazione continua non può essere un adempimento aggiuntivo o una successione di corsi sugli strumenti. Deve diventare un diritto-dovere professionale, sostenuto da tempo, risorse e leadership. Servono laboratori sui problemi educativi reali, ricerca didattica, lavoro collegiale e condivisione dei risultati. Una scuola può educare persone capaci di apprendere per tutta la vita soltanto se è essa stessa un’organizzazione che continua ad apprendere.
Anche l’introduzione dell’IA dovrebbe seguire questa logica. Non regole rigide e premature, né iniziative isolate, ma un Piano nazionale di sperimentazione: regia pubblica su diritti, equità, dati, infrastrutture, formazione e valutazione; autonomia alle scuole sui modelli pedagogici. Sperimentare, misurare, apprendere, scalare. Chi lavora nella scuola non deve essere destinatario passivo dell’innovazione, ma protagonista della sua progettazione.
La Scuola Generativa non aspetta che una fragilità diventi abbandono. Integra osservazione professionale, relazioni, dati e, quando utile, IA per riconoscere tempestivamente le difficoltà e trasformarle in nuove possibilità. Ma nessun algoritmo deve confondere una probabilità con il destino educativo di una persona. La tecnologia può segnalare un rischio; sono le persone a interpretarlo, costruire fiducia e decidere come intervenire. Osservare non significa sorvegliare e personalizzare non significa classificare: significa conoscere meglio ciascuno per non lasciare indietro nessuno.
La crisi demografica apre infine una scelta politica. La diminuzione degli studenti non deve produrre un disinvestimento educativo. Dobbiamo trasformare il dividendo demografico in dividendo educativo: più attenzione per ciascuno, più tempo, più inclusione e più qualità. Meno studenti non significa meno scuola: può significare più scuola per ciascuno e una scuola accessibile durante tutta la vita.
Gli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione affidano all’educazione un compito che riguarda la dignità e il pieno sviluppo della persona. Oggi quel progetto ci chiede un passo ulteriore. Nel Novecento abbiamo costruito il welfare sanitario e previdenziale; nel XXI secolo dobbiamo costruire un nuovo pilastro: il Welfare Educativo Permanente. Vivremo più a lungo e dovremo imparare più a lungo. Scuola, università, formazione professionale, imprese, terzo settore e territori devono diventare parti di un ecosistema nel quale ogni persona possa ritornare ad apprendere da zero a novantanove anni.
È questo il nuovo patto tra scuola e Repubblica: riconoscere chi vi lavora come costruttore di futuro e considerare l’educazione il più grande investimento collettivo del Paese. La Scuola Generativa nasce dalla fiducia nelle possibilità di ogni persona: ogni studente può crescere, ogni professionista della scuola continuare a imparare, ogni territorio diventare comunità educante. L’IA offrirà strumenti potenti, ma il futuro dipenderà ancora dalla capacità umana di pensare, immaginare, collaborare e prendersi cura degli altri.
Perché il futuro non si attende: si educa.
E ogni mattina, quando si apre il cancello di una scuola, la Repubblica ricomincia, silenziosamente, a costruire il proprio domani.


