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Forme geometriche

GENTE di

SCUOLA

• Maria Prodi
  Per scelta


   
 

Per
scelta

Le persone valgono sempre meno: come cittadini decisori, come lavoratori, come consumatori. Questo significa che educare oggi e soprattutto domani non sarà più una necessità. Occuparsi delle persone, educarle

a crescere, a sbocciare, a dare frutti non è

più indispensabile, né politicamente

né economicamente: deve essere una scelta. 

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Dirigente scolastica e pubblicista 

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Le persone valgono sempre meno: come cittadini decisori, a causa della deriva delle democrazie; come produttori, sostituiti dalle macchine operanti e pensanti; come consumatori, asserviti ai grandi gruppi globali monopolistici e invasivi. 

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La democrazia implode quando la qualità del dibattito pubblico si degrada: oggi non serve eccellere nel pensiero o nella conoscenza per avere la capacità di convincere il pubblico. La densità della riflessione cede il passo alla contagiosità emotiva delle tifoserie, la realtà fattuale e la verità scientifica faticano a non soccombere di fronte a comunicazioni false e ingannevoli. La cittadinanza si svaluta, l’efficienza e la velocità decisionale degli autocrati umilia le complicazioni e le lungaggini dei sistemi liberali. La cittadinanza arretra di fronte alla pervasività di un gigantesco oligopolio dei canali di comunicazione. 

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Come lavoratori, cediamo il passo alla automazione: la barriera fra quello che solo noi umani sappiamo fare si sposta, a favore delle macchine, più velocemente di quanto si continui a ipotizzare. Si prevedeva la rarefazione dei posti di lavoro “high tech” destinati a pochissimi super esperti capaci di interazione con le macchine, e la permanenza di lavoro “high touch”, diffuso e per lo più mal pagato, di presa in carico e cura delle persone (educazione, assistenza, salute). Ebbene, anche quest’ultimo sembra destinato a essere sempre più robotizzato. 

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La AI può compiere il passaggio definitivo verso la sostituzione degli umani nella formazione tramite bot-cattedre in grado di presentare, adattare e individualizzare i contenuti, e capaci di valutare e istruire numeri imprecisati di studenti. In Cina si mettono in campo robot umanoidi addestrati alla pulizia della casa e all’assistenza fisica delle persone. La lettura automatizzata di sintomi e dati diagnostici sostituisce l’intuito e l’esperienza del dottore e la vicinanza dell’infermiere. Come lavoratori solo pochissimi saranno realmente indispensabili, dato che la grande maggioranza delle persone non sarà in grado, comunque, di dominare i meccanismi tecnologico-scientifici che determineranno il nostro futuro. 

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Questo significa che educare oggi e soprattutto domani non sarà più una necessità. Occuparsi delle persone, educarle a crescere, a sbocciare, a dare frutti non è più indispensabile, né politicamente né economicamente: sarà una scelta. Una grande scelta di fondo, una decisione di carattere etico, una scommessa senza certezza di ritorno, una opzione decisiva che risponde ad una priorità di valore data alle persone. 

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Di persone se ne fanno di meno, non solo in Italia: sembra che il raggiungimento del benessere coincida, in tutte le società, con il blocco delle stagioni e delle generazioni. Il sogno dell’immortalità e dell’eterna giovinezza sembra sostituire l’istinto generativo. Ci sono società in cui avere bambini è più supportato, più facile che in Italia, e che spesso coincidono con i paesi in cui emigrano a frotte i nostri ragazzi, perché sono quelli in cui la sensibilità e le opportunità per i giovani sono maggiori. Ma un tratto generale di quasi tutte le società mature è il rallentamento demografico, come se anche la scelta più intima e personale, la genitorialità, respirasse un clima generale di saturazione dell’oggi e di opacità del futuro. 

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Una volta nati, i pochi bambini sono troppo preziosi per avere la possibilità di deludere il narcisismo materno e paterno: a volte solo la scuola li sottrae alla condizione regale, all’arbitrio, all’esercizio di quel dispotismo sui beni materiali accompagnato dalla rarefazione dei beni relazionali a cui la devozione distratta della famiglia spesso li ha abituati. Come si nega la vecchiaia, così si nega l’infanzia: adultismo e precoce erotizzazione estetica, esposizione prolungata e casuale all’intrattenimento digitale, segregazione fisica nei passeggini e negli appartamenti. Sperimentare incontri, alleanze, litigi nelle scorribande fra pari è praticamente impossibile. Affrontare cadute, prove, sfide fisiche è altrettanto precluso. 

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Resta spesso solo la scuola a occuparsi della crescita integrale dei bambini e dei ragazzi, dei loro strumenti espressivi, della loro competenza intellettiva, del loro apprendistato emotivo e affettivo, della loro socialità ludica, della relazionalità con i coetanei e con l’autorevolezza dell’insegnante. O almeno sarebbe previsto che lo facesse, investimenti, strutture e soprattutto risorse umane permettendo. 

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Gli sviluppi, a oggi imprevedibili anche a distanza di mesi, della IA scardinano l’abitudinarietà a pensare la scuola come riproduttore dei saperi e delle competenze indispensabili alla società. Dissociano educazione e formazione delle strutture intellettive portanti della società. Mettono in dubbio, prima ancora che l’utilità dell’apprendimento, la significanza e l’efficacia dell’insegnamento umano. La fatica di fornire adeguate figure di riferimento a una utenza scolastica di massa ha indebolito tutti i sistemi educativi, alimentando scontentezze miopi e nostalgiche della scuola di un tempo. 

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Molti segnali, da decenni, illustrano la dismissione del compito principale di chi governa il sistema scolastico, che è quello di fornire personale educativo adeguatamente preparato, motivato e retribuito. Più facile assumere una bandierina o l’altra, che sia securitaria o permissivistica, localistica o mondialistica, woke o antiwoke, che rispondere alla domanda di qualità della scuola. 

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Oggi bisogna scommettere sulle persone, perché nulla ce lo impone. Perché il loro valore intrinseco è sempre più abbandonato all’evocazione retorica che alla difesa concreta. Perché i pochi presìdi che distinguevano prestazionisticamente la persona dalla macchina stanno velocemente cadendo uno dopo l’altro. Le persone sembrano pensare sempre meno, o forse manifestano troppo rumorosamente e con troppa dimestichezza la loro confusione tramite l’accessibilità e la pervasività dei social. Le macchine pensano sempre di più e sfidano non la mediocrità, ma le vette del pensiero umano dimostrando teoremi, componendo musica, scrivendo testi. 

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Allora vorrei che il tema centrale della discussione politica diventasse il futuro delle persone: vorrei che si superasse la falsa antinomia fra scuola che educa e scuola che prepara al lavoro, fra scuola che insegna il bello e buono, ma inutile, e scuola addestrativa ai mestieri. Non sappiamo nulla su quali saranno domani le competenze utili a dirigere le macchine. Forse conterà solo la raffinatezza matematica, forse sarà importante aver riflettuto sulle idee platoniche. Forse resteranno per noi umani solo i lavori relazionali, da persone con le persone. Forse resteranno solo i lavori dei pochissimi che programmeranno le macchine che programmano le macchine. Forse non ci saranno più lavori, e allora faremo per sport quello che oggi esprimiamo con la nostra operosità e voglia di costruire qualcosa; generazioni di hobbisti, preconizzate già da Jeremy Rifkin trenta anni fa. 

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Ma la scelta deve essere quella di mettere al centro le persone.

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