Conferenza
Programmatica
per la Scuola
Trasmettere il senso
Educare gli adolescenti nel tempo dell'incertezza
Di fronte alla fragilità degli adolescenti, educare non significa soltanto trasmettere competenze, ma creare le condizioni perché ciascuno possa cercare un senso, imparare ad abitare la complessità
e scoprire, attraverso la relazione
con gli altri, la propria strada nel mondo.

Professore ordinaria di Filosofia Morale
e direttrice del Dipartimento di Scienze Sociali all’Università Paris Cité.

Ogni volta che entro in una scuola mi succede la stessa cosa. I ragazzi si alzano in piedi, mi aspettano con fogli pieni di domande, poesie, disegni. Parlano dei protagonisti di Qualcosa che brilla come se fossero compagni di classe, persone che conoscono davvero. Qualcuno mi racconta di aver regalato il libro ai genitori, qualcun altro agli insegnanti.
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Poi, quasi sempre, accade qualcosa che non avevo previsto: invece di parlarmi del romanzo, cominciano a raccontare sé stessi. Mi affidano frammenti della loro vita, paure, domande, silenzi. E ogni volta torno a casa con la stessa impressione. Non credo che quei ragazzi abbiano bisogno, prima di tutto, di risposte. Credo che abbiano bisogno di un luogo in cui qualcuno sia disposto ad ascoltare le loro domande. Perché le domande, quando trovano finalmente uno spazio in cui essere accolte, smettono di fare paura. Diventano l'inizio di una ricerca. È questo, forse, il primo gesto educativo: non riempire un vuoto di spiegazioni, ma creare uno spazio in cui ciascuno possa cominciare a cercare il proprio posto nel mondo.
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Negli ultimi anni, il disagio degli adolescenti è diventato uno dei grandi temi del dibattito pubblico. Ansia, depressione, autolesionismo, disturbi alimentari, ritiro sociale: le statistiche si moltiplicano, gli studi si susseguono, gli allarmi aumentano. Eppure, ho l’impressione che, proprio mentre parliamo sempre di più degli adolescenti, rischiamo di ascoltarli sempre meno. Sappiamo riconoscere i sintomi, ma fatichiamo a incontrare le persone che li abitano. È una differenza decisiva. Perché un sintomo non coincide mai con un’identità. È il modo in cui una sofferenza che non trova ancora le parole cerca comunque di farsi sentire. ​
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Sempre più spesso, però, usiamo parole che, nate per orientare la cura, finiscono per definire le persone. Diciamo: “è anoressica”, “è ADHD”, “è hikikomori”, “è depresso”. Le diagnosi sono strumenti preziosi e sarebbe irresponsabile negarlo. Aiutano i clinici, orientano la ricerca, rendono possibile la cura. Ma quando smettono di essere strumenti e diventano identità, rischiano di produrre un effetto paradossale: invece di avvicinarci alla persona, la sostituiscono. Non vediamo più un ragazzo che soffre; vediamo una categoria diagnostica.
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È qui che, a mio avviso, si gioca una parte importante della responsabilità educativa. Perché il problema non è soltanto capire di quale sofferenza si tratti. Il problema è non dimenticare mai che dietro ogni sintomo c’è una storia, un modo unico di abitare il mondo, una domanda che aspetta ancora di essere ascoltata. Se guardo un adolescente soltanto attraverso il suo sintomo, la prima domanda che mi verrà spontanea sarà: “Come elimino questo problema?”. Se invece continuo a vedere la persona, allora la domanda cambia radicalmente: “Che cosa sta cercando di dirmi?”. È un cambiamento di prospettiva che modifica non solo il nostro modo di curare, ma anche il nostro modo di educare.
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Ed è proprio qui che la scuola assume un ruolo decisivo. Dopo aver scritto Qualcosa che brilla, ho sentito il bisogno di proseguire quella riflessione in un saggio dedicato alla fragilità adolescenziale e alla responsabilità delle famiglie, degli educatori e degli insegnanti: La sofferenza che non parla: adolescenti, adulti e il coraggio dell’ascolto (Laterza, 2026). Perché negli ultimi anni si è chiesto alla scuola di tutto: trasmettere competenze, educare alla cittadinanza, prevenire il bullismo, affrontare il disagio psicologico, compensare le disuguaglianze sociali. Forse troppo.
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La scuola, infatti, non può sostituirsi alle famiglie, né ai servizi sanitari, né tantomeno risolvere da sola tutte le fragilità della società contemporanea. E tuttavia continua a essere uno dei pochi luoghi in cui un adolescente incontra ogni giorno adulti diversi dai propri genitori. In questo senso, la scuola non è soltanto un luogo di istruzione. È uno dei luoghi in cui si impara che cosa significhi essere guardati, riconosciuti, accompagnati. Ma proprio perché la scuola occupa questo posto, però, credo sia arrivato il momento di interrogarsi davvero sul suo funzionamento e il suo ruolo.
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Continuiamo a discutere di programmi, di tecnologie, di valutazione, di organizzazione, di intelligenza artificiale. Sono questioni importanti, naturalmente. Ma il problema della scuola, oggi, non è anzitutto tecnologico, né semplicemente organizzativo. È un problema antropologico e culturale. Continuiamo a pensare la scuola come se il mondo fosse quello di trent’anni fa, mentre i ragazzi abitano un ecosistema completamente diverso. Aggiungiamo nuove discipline, nuove competenze, nuove educazioni, nuovi dispositivi. Ma raramente ci fermiamo a chiederci che cosa significhi oggi imparare, che cosa significhi trasmettere, che cosa significhi diventare adulti.
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Per molti decenni abbiamo pensato che il compito principale della scuola fosse preparare al mercato del lavoro. Certo, anche questo è importante. Ma oggi non basta più. Prima ancora di preparare a una professione, la scuola dovrebbe preparare alla vita. Dovrebbe aiutare ciascuno a costruire un rapporto con sé stesso, con gli altri e con il mondo. Hannah Arendt ricordava che educare significa introdurre i nuovi venuti in un mondo che li precede, assumendosi al tempo stesso la responsabilità di quel mondo. Oggi, però, questa responsabilità sembra vacillare. Gli adulti stessi faticano a credere nel futuro che dovrebbero trasmettere. Perché la crisi che vediamo oggi tra gli adolescenti non nasce da una mancanza di informazioni. Anzi. Nessuna generazione ha mai avuto accesso a una quantità così grande di informazioni. Eppure, nessuna generazione sembra fare così fatica a orientarsi. Le informazioni sono ovunque. Ciò che manca è la capacità di attribuire loro un significato. O, meglio ancora, un senso.
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Vorrei soffermarmi proprio su questa parola: senso. Perché troppo spesso la confondiamo con il significato. Il significato di un’informazione lo si può spiegare. Il senso di un’esperienza, invece, non si trasmette come una nozione. Si costruisce lentamente, attraverso le relazioni, gli incontri, le prove della vita. Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di sterminio, ha scritto che l'essere umano può sopportare quasi ogni “come” se riesce a intravedere un “perché”.
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Non credo che il compito della scuola sia consegnare quel “perché”. Credo piuttosto che sia quello di impedire che i ragazzi smettano di cercarlo. Possiamo offrire parole, esempi, strumenti, presenza, ascolto. Possiamo trasmettere cultura. Ma la cultura, se rimane un semplice accumulo di informazioni, non basta. Diventa davvero formativa quando aiuta ciascuno a leggere la propria esperienza, a dare un nome alle emozioni, a collocare la propria storia dentro una storia più grande. È questo che fanno la letteratura, la filosofia, la storia, l'arte: non ci dicono come vivere, ma ci ricordano che altri, prima di noi, hanno attraversato le nostre stesse domande.
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Forse è proprio qui che oggi si gioca la missione più alta della scuola. Nell’epoca di Internet e dell’intelligenza artificiale, sapere non coincide più con l'accumulare dati. Nessuno può competere con una macchina sul terreno della memoria. La vera sfida è un’altra: imparare a interpretare, a collegare, a distinguere. Distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Ciò che è importante da ciò che è soltanto rumoroso. Ciò che ci rende più umani da ciò che rischia di disumanizzarci. Per questo dovremmo forse avere il coraggio di fare meno, ma meglio. Non abbassare il livello, bensì alzarlo.
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Meglio leggere davvero dieci libri che attraversarne superficialmente cinquanta. Meglio comprendere fino in fondo un evento storico che attraversare quattro secoli in poche settimane. Meglio imparare a costruire un pensiero che accumulare definizioni destinate a essere dimenticate. Perché il sapere non è mai stato una semplice quantità di nozioni. È una forma di libertà.
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Forse è proprio questo il passaggio che oggi siamo chiamati a compiere: passare da una scuola della trasmissione nozionistica a una scuola dell'orientamento e delle relazioni. Non nel senso di rinunciare ai saperi, ma nel senso di riconoscere che i saperi acquistano valore solo quando aiutano a orientarsi nel mondo. Educare non significa riempire una mente di contenuti. Significa offrire criteri per abitare la complessità, affrontare l'incertezza e dare forma alla propria libertà. ​
Ma perché questo sia possibile, c’è una condizione che spesso dimentichiamo. Nessuna generazione trasmette soltanto conoscenze. Trasmette anche un modo di stare al mondo. Trasmette fiducia oppure paura. Trasmette il rapporto con il tempo, con il limite, con il fallimento, con gli altri. Gli adolescenti imparano molto meno da ciò che diciamo di quanto imparino da come viviamo.
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Forse è qui che nasce una parte della loro inquietudine. Continuiamo a chiedere loro di credere nel futuro mentre noi stessi fatichiamo a mostrargli che il futuro può essere desiderabile. Chiediamo loro di costruire relazioni stabili in un mondo in cui tutto sembra reversibile. Chiediamo loro di dare un senso alla propria vita mentre spesso siamo noi i primi a vivere immersi nell’urgenza, nella frammentazione, nell’accelerazione.
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Ogni generazione ha dovuto affrontare le proprie paure. La nostra forse è la paura di non riuscire più a trasmettere un mondo che abbia ancora un significato. Per questo continuiamo a parlare di intelligenza artificiale, di smartphone, di programmi, di competenze. Tutto questo è importante. Ma viene dopo. Prima c’è un’altra domanda, molto più semplice e molto più radicale: che cosa rende una vita degna di essere vissuta?
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Quando esco dalle scuole, quasi sempre succede la stessa cosa. Gli studenti aspettano che gli altri siano usciti. Poi si avvicinano. Non mi parlano più del romanzo. Mi dicono semplicemente: “Grazie”. Grazie perché, attraverso quelle pagine, si sono sentiti finalmente capiti. E subito dopo arriva quasi sempre la domanda che, in fondo, attraversa tutte le altre: “Secondo lei, ce la farò?”.
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Ogni volta resto colpita da quella domanda. Perché mi ricorda che gli adolescenti non cercano adulti che abbiano tutte le risposte. Cercano adulti che non smettano di credere che una strada esista, anche quando ancora non si vede. Forse è proprio questa la missione più alta della scuola. Non fornire tutte le risposte, ma trasmettere la fiducia che una ricerca abbia senso. Perché educare non significa consegnare certezze. Significa camminare accanto a qualcuno abbastanza a lungo perché possa, un giorno, trovare la propria strada.



