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Conferenza

Programmatica

per la Scuola

Il futuro (della scuola)
ha un cuore antico
 

La scuola italiana della generazione

dei boomers aveva un vantaggio competitivo su tutto il mondo:

un capitale narrativo straordinario

e unico, un patrimonio incalcolabile,

che oggi stiamo barattando per tecniche

e strumenti, pensando che il mondo

del lavoro ne avrà bisogno.

Un monito: il futuro che ci indicano

le imprese e i consulenti del presente

è solo immaginato.

Professore ordinario

presso l’Università LUMSA di Roma

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Ogni generazione ha dovuto formarsi al futuro, sebbene mentre lo faceva non ne era sempre cosciente. Il futuro arrivava poco alla volta, mentre eravamo tutti immersi in una continuità di presenti. Ci sono, però, delle fasi storiche quando il futuro si impone da solo, e non è possibile non occuparsene, lasciarlo fuori dalle nostre agende. Dopo le grandi guerre, dopo catastrofi naturali, il futuro diventa improvvisamente concreto, entra nella nostra vita presente – e se una generazione non se ne occupa, è semplicemente irresponsabile.

 

Durante queste fasi quando il futuro si impone, come la nostra, la scuola non può fare tutto, forse può fare poco, ma quel poco che può fare lo deve fare. Sapendo che la principale difficoltà che il mondo della scuola, più di quello dell’università, incontra durante queste grandi età di cambiamento consiste nel dover riparare la nave senza potersi fermare nel porto; e così i marinai e i tecnici aggiustano una nave che si sposta e magari continua ad imbarcare acqua durante le tempeste, e le riparazioni sono molto difficili.

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Perché, fuor di metafora, mentre la scuola si interroga sul futuro e magari fa i cambiamenti che può fare, il futuro arriva ogni giorno, a volte molto velocemente, cambia gli assetti culturali e cognitivi di studenti e insegnanti, rimette in discussione quei cambiamenti che si stavano facendo – e la giostra riparte per un nuovo giro. Sisifo diventa allora il mito più vicino al lavoro dell’insegnante, che spinge ogni giorno un masso pesante, senza capirne il senso.

Si fanno quindi riforme pensando ai bisogni futuri del mondo del lavoro, e dopo cinque anni il mondo del lavoro ha cambiato bisogni, in un tempo diventato velocissimo – chi ha formato, dieci anni fa, dei tecnici per i nuovi algoritmi dell’IA? – Nessuno, perché nessuno avrebbe saputo come fare.

 

Sono convinto che in questa fase di futuro che diventa attuale, la scuola dovrebbe stare molto attenta a non seguire le mode imposte dal paradigma prescritto dall’impero di turno, e cercare di muoversi in direzione contraria, o quantomeno diversa.

 

Nel dopoguerra, il piano Marshall e i Paesi che avevano vinto la guerra spingevano molto per l’applicazione delle teorie keynesiane della domanda pubblica, per la modernizzazione del Paese, per insegnare a tutti i “cafoni” (Silone) l’italiano. Per il miracolo economico servivano tecnici, imprenditori, economisti, ingegneri. E l’abbiamo fatto, ma… solo in parte. Pensiamo ad Adriano Olivetti: la sua era forse l’impresa italiana più internazionale, la prima Silicon Valley da dove nacque il personal computer. Ma Olivetti, diversamente dalle business school US o inglesi, tutte concentrate sulle tecniche economiche, commerciali e finanziarie, assumeva anche artisti, sociologi, letterati. Fece nascere una rivista culturale e poi una casa editrice, Edizioni di Comunità, dove scrivevano i migliori intellettuali del tempo. E Giorgio Fuà, quando fondò la sua “business school”, la chiamò ISTAO, cioè Istituto Adriano Olivetti, perché Fuà era preoccupato negli anni Sessanta dell’americanizzazione della nostra economia e della nostra cultura. L’Italia non ha seguito Olivetti e Fuà, ma la loro testimonianza e la profezia restano.

 

Allo stesso tempo, sebbene la riforma fosse stata voluta da Giovanni Gentile, nel dopoguerra antifascista si continuarono a sviluppare i licei classici e i ginnasi, perché non erano faccende fasciste ma cromosomi buoni del nostro DNA italiano. E così, in tutte le scuole abbiamo insegnato ai bambini e ai giovani l’Eneide e l’Odissea, e poi Dante, Manzoni, Leopardi, Foscolo, e anche chi studiava alle industriali e alla ragioneria poteva portare “A Silvia” e “Uomo del mio tempo” nella prova di maturità. 

 

Abbiamo fatto nascere i licei scientifici, dove insieme alla matematica seria, quella delle derivate seconde e gli infiniti di ordine superiore, si studiava anche latino per cinque anni e filosofia per tre – questa è stata la mia scuola, e non so se per diventare professore di economia mi ha più formato il mio bravissimo professore di matematica, Del Zompo, o lo Zarathustra di Nietzsche. E se oggi le università del mondo intero sono piene di professori italiani nei ruoli apicali, questo lo si deve alla matematica seria insieme al latino serio, a Virgilio, a Dante e Silone.

 

La mia impressione sulle riforme del liceo scientifico di questi ultimi anni, dove il latino è stato confinato in un recinto angusto, sacrificato a skills più utili per “il lavoro” immaginato dai consulenti del ministero, è che il lavoro vero invece avrebbe molto bisogno di giovani che sanno tradurre Catone e Seneca, abilità queste molto più utili per dialogare con le nuove macchine e le persone.

 

Perché la letteratura, l’epica, la storia, le discipline umanistiche e soprattutto le poesie, sono abilità o capabilities (direbbe A. Sen, che non le chiamerebbe mai skills, parola nata nelle officine US) fondamentali per la costruzione dell’intelligenza emotiva, per poter parlare con i nostri sentimenti ed emozioni e con quelli degli altri, per dialogare con gli spiriti e con i demoni, con i vivi e con i morti.

 

Qualche giorno fa, in un momento difficile in Corea, non riuscivo a dormire per l’agitazione, per addormentarmi mi sono rasserenato nel cuore recitando, parola dopo parola, l’Infinito di Leopardi: non la recitavo da oltre 40 anni, ma era lì, da qualche parte del mio cuore, ed è arrivata tutta intera, parola dopo parola.

Oggi il nostro Paese soffre per mancanza di capitali spirituali, etici, perché stiamo dimenticando tutte le poesie e tutte le preghiere, affogati dagli aperitivi, dai divani sempre più grandi, e dal cibo di delivery.

 

Fino alla mia generazione, la scuola italiana aveva un vantaggio competitivo su tutto il mondo, Europa inclusa, perché aveva un capitale narrativo straordinario e unico sulla faccia della terra, un patrimonio (patres-munus) di un valore incalcolabile, che oggi stiamo barattando per il piatto di lenticchie delle tecniche e degli strumenti, pensando che il mondo del lavoro ne avrà bisogno. Dimenticando così una legge fondamentale di ogni società: il futuro che ci indicano le imprese e i consulenti del nostro presente, è solo un futuro immaginato, perché i futurologi non esistono. E quindi usano il passato per parlarci del futuro, non possono fare altro, e quindi riformano i vostri piani di studio e le materie “utili” a cercare e trovare domani il lavoro.

 

Poi il futuro arriva veramente, e ci si accorge che quel futuro non era nulla di reale, ma solo immaginazione. E intanto ci siamo allontanati dalla saggezza dei programmi di ieri, non di tutti ma di molti. Oggi alcune università, compresa la mia, stanno introducendo di nuovo discipline umanistiche nelle facoltà di economia e finanza, perché si sono accorti che giovani che arrivano anche dai licei in cinque anni di PowerPoint e inglese parlato male dai professori, hanno più che dimezzato il loro bagaglio umanistico della scuola superiore, e le imprese si ritrovano con giovani che non sanno più scrivere cinque righe senza errori di grammatica o parlare dicendo qualcosa di sensato. Ma le scuole superiori li stanno eliminando o riducendo a poca roba. Come se “le imprese”, le “fabbriche” oggi e domani ci saranno ancora nel modo in cui le abbiamo conosciute – nell’era dell’IA l’unico lavoro che si può “trovare” è quello che i giovani di oggi sapranno inventarsi, insieme ad altri. E lì servirà più la pietas della Bibbia dell’inglese, più Alda Merini che l’informatica.

 

L’innovazione è importante, ma le innovazioni serie sono molto rare: il 90% delle cosiddette innovazioni sono fantasie e immaginazioni senza abbastanza profondità né umana né scientifica.

 

Per concludere, bisogna stare molto attenti all’invasione di economia e di finanza nella scuola, che purtroppo sta aumentando anno dopo anno. Non capisco perché si dovrebbero sacrificare preziosissime ore di curricoli sempre più poveri per insegnare, da esterni, a un adolescente cosa è un mutuo, un tasso di interesse, la differenza tra ricavi e profitti, cose che imparerà in dieci minuti quando ne avrà bisogno. Ma l’impero del business e della finanza oggi governa il mondo, e quindi impone a tutti la sua logica, scuola inclusa, dove i danni purtroppo sono più gravi.

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Un ultimo esempio, che riguarda uno dei dogmi della religione del business: la leadership.​

Mi hanno colpito i racconti che due colleghe mi hanno fatto poco tempo fa del colloquio (come genitori) con gli insegnanti dei loro figli e figlie della scuola media e superiore. Quei docenti hanno ripetuto, con parole molto simili, uno stesso concetto: “sua figlia, suo figlio, ha tutte le caratteristiche per diventare una leader della classe, ma non siamo sicuri che ce la faccia, perché ce ne sono altre e altri con cui compete per la leadership: dovete aiutarla a casa a rafforzare le sue doti di leader”. Ragionamenti che pensavo si limitassero all’ambiente universitario, e invece queste testimonianze dicono della forza della mentalità aziendale che sta entrando pesantemente nel mondo della scuola, che forse tra poco arriverà anche nelle scuole primarie.

 

Ma se la scuola inizia prima a distinguere e poi dividere gli studenti in leader e follower, mina alle sue fondamenta uno dei pilastri dell’educazione dei bambini e dei giovani, cioè la riduzione in classe delle diseguaglianze naturali e sociali per creare quella comune cittadinanza essenziale ad ogni patto sociale. A scuola le ragazze e i ragazzi dovrebbero apprendere ad essere compagne e compagni di tutti, di chi ha ricevuto più talenti e di chi ne ha meno, perché la fraternità civile inizia nelle aule scolastiche, solo dopo anche in quelle del Parlamento.

 

Esistono già meccanismi per differenziare “i meriti” scolastici che si chiamano giudizi e voti, e tutti in classe sanno chi sono i compagni più bravi e quelli che lo sono meno (o che sono più bravi in altre discipline, o sono più svelti fuori della scuola). Se invece a queste diseguaglianze inevitabili di talenti e di opportunità iniziamo ad aggiungere le doti di leadership che avrebbero solo alcuni, le disegua-glianze cresceranno sempre di più fino a distruggere la convivenza civile.

 

E l’aspetto più deleterio di questa ideologia-religione del business è il suo presentarsi come faccenda innocua, e quindi accettata senza colpo ferire da insegnanti e dalle famiglie. C’è bisogno di una nuova attenzione da parte di tutti su cosa sta accadendo nel mondo della scuola.

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