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   Il catalogo è questo: scenari
   di apocalisse prossima ventura


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Il catalogo è questo:
scenari di apocalisse
prossima ventura




 

Un libro di Antonio Salvati, con la prefazione del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Matteo Zuppi, propone “l’inventario” dei pericoli

e dei mali che percorrono il mondo, regredito dalla logica del diritto

a quella della forza. 

Podcaster, già Segretario Generale 

CISL Scuola Lazio 

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Titolo evocativo quello scelto da Antonio Salvati per il suo ultimo libro: I cavalieri dell’Apocalisse, guerre, pena di morte, carcere ed ecodisastro. 

I quattro cavalieri sono personaggi dell’Apocalisse di Giovanni, il più simbolico dei libri che compongono il canone neotestamentario. Secondo la tradizione e le interpretazioni più attuali, tutti i cavalieri, ognuno con una propria specificità, sono icone di gravi sciagure che attendono l’umanità prima della fine del mondo. In qualche modo, la simbologia apocalittica – alquanto oscura, nonostante la parola greca apocalisse significhi “rivelazione” – sviluppa la profezia di Gesù riportata nel Vangelo di Matteo (24, 6-8): «Sentirete parlare di guerre e di rumori di guerre [...] Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: ma tutto questo è solo l'inizio dei dolori». In generale, l’Apocalisse di Giovanni riflette il clima di attesa di un imminente evento finale che era diffuso nei primi tempi dell’era cristiana. 

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Sgombriamo subito il campo dai possibili equivoci. Salvati non indulge affatto a una cupa rappresentazione del destino dell’umanità. Al contrario, il suo libro raccoglie spunti, riflessioni, e proposte volti a individuare piste di ragionamento alternative a quanto ci propone la cronaca quotidiana, il tutto supportato da un non trascurabile apparato bibliografico e documentale. Non è Salvati, quindi, ma il tempo che ci è dato di vivere che prospetta un’analogia con le più inquietanti rappresentazioni apocalittiche. 

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E quale sia il tempo in cui viviamo lo dice con chiarezza la prefazione del cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI, che impreziosisce il libro. È il tempo della forza, dice Zuppi, «Di quale forza? È la tentazione di sempre: imporsi, pensarsi senza o contro l’altro, credere di garantire l’ordine attraverso l’imposizione». Per trovare conferma dell’analisi del cardinale, del resto, basta leggere il documento denominato National Security Strategy, pubblicato sul sito della Casa Bianca nel dicembre 2025. Si tratta delle linee guida dell’Amministrazione Trump in materia di politica internazionale, laddove si teorizza in modo esplicito il perseguimento di una politica di potenza attraverso la forza. Letteralmente: Strength is the best deterrent, ossia la forza è il miglior deterrente. E ancora: sovranismo, contenimento dei flussi migratori, mantenimento della supremazia statunitense (we will work … to prevent the emergence of dominant adversaries). Ecco allora che quando il documento presidenziale giunge al concetto che la pace, secondo Trump, sarebbe il risultato della forza, la mente corre velocemente al racconto di Tacito e alla frase di Calgaco, capo di una tribù della Caledonia (l’antica Scozia), riferita all’atteggiamento predatorio delle legioni di Roma: hanno fatto un deserto e lo chiamano pace. La pace della sopraffazione, la pace del vincitore, non quella della riconciliazione. 

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Lungi da noi la tentazione del manicheismo. L’ideologia della forza e del predominio non è una prerogativa esclusiva dell’America trumpiana. Segni evidenti del morbo si trovano anche nel putinismo, come nella sopraffazione del popolo palestinese ben oltre i limiti della reazione al terribile atto terroristico di Hamas del 2023, come, ancora, nella ferrea stretta in cui la Cina tiene soggiogati il Tibet e altre zone del paese abitate da minoranze etniche. Più in generale, si contano una sessantina di conflitti nel mondo, il che giustifica l’idea di Papa Francesco che sia in atto una «guerra mondiale a pezzi». 

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Il fatto è che il mondo ha distrutto in qualche decennio quel tanto, o poco, di organizzazione e diritto internazionale che era uscito dal secondo conflitto mondiale. La crisi dell’ONU è la crisi di una splendida utopia, quella di relazioni internazionali fondate su principi giuridici e non sulla forza militare. Una crisi la cui responsabilità grava sui membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, paralizzato dal gioco dei loro veti incrociati. 

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Quasi senza accorgersene, a furia di veti reciproci, il mondo è tornato alla logica di Yalta, la quale è ben rappresentata da un noto aneddoto, anche se probabilmente verificatosi in altra occasione: quando a Stalin fu rappresentato il possibile dissenso del Papa sui diritti dei cattolici nei Paesi comunisti, il dittatore rispose cinicamente: «Quante divisioni ha il Papa?». Come a dire che solo le armi regolano i rapporti tra i popoli. 

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Dice giustamente Salvati: «quando il senso di appartenenza che sta alla base di ogni comunità si indebolisce, e viene meno, viene rimpiazzato dalla nozione di “identità” che di fatto, è un surrogato della comunità». Da quel momento in poi, l’uomo percepisce solo nemici: l’immigrato, il diverso, il criminale, che non sono più esseri umani da accogliere o da redimere, ma soggetti da espellere, quando non da giustiziare. 

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Il secondo e il terzo cavaliere dell’Apocalisse, nella metafora di Salvati, sono, appunto, la pena di morte e il carcere, chiare derivazioni della stessa logica impositiva che anima la guerra, nella quale non c’è spazio per la comprensione, la commiserazione, il recupero, ma solo per la soppressione del “problema”, che è un diverso modo di dire, con il cardinale Zuppi, “l’altro”. Non che non esista talora, o anche spesso, la necessità di comminare delle pene, ma queste debbono sempre tendere a quel fine rieducativo tanto limpidamente affermato dalla nostra Costituzione. 

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Infine, il quarto cavaliere: il clima. La torrida estate del 2026 è la prova provata che, nonostante il negazionismo, esiste un problema climatico. Il clima sarà anche sempre cambiato nel corso dei millenni, come sostengono i negazionisti, ma la velocità, la persistenza, la violenza dei fenomeni atmosferici di questi ultimi anni ci indicano chiaramente un’accelerazione dovuta all’azione dell’uomo, peraltro affermata con chiarezza dalla schiacciante maggioranza degli scienziati. 

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Come fu per il Covid, anche il clima ci parla della profonda connessione della vita dei popoli, del loro comune destino, della necessità di affrontare in modo congiunto, attraverso lo sviluppo di idonee organizzazioni internazionali, i problemi che la contemporaneità pone all’umanità intera. Mentre l’ONU e le numerose agenzie di cui essa si avvale per l’espletamento dei propri compiti vengono progressivamente marginalizzate e definanziate, in nome della lotta alla globalizzazione, il mondo subisce una globalizzazione negativa: quella del disastro ecologico e sanitario. 

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Il modello di sviluppo, improntato sulla crescita continua del PIL e del consumismo, le sperequazioni sociali ed economiche, la stessa impronta ecologica della guerra e delle politiche di riarmo: tutto ciò conduce verso un degrado dell’ambiente che possiamo ormai toccare con mano. Come possiamo anche verificare, volendolo, che esistono le resistenze al cambiamento, e che sono spesso ispirate da precisi gruppi di interesse. 

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In questo quadro emerge il richiamo profetico della Chiesa, dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, alla Missa pro custodia creationis, voluta da Leone XIV. 

Ecco, “il catalogo è questo”, per dirla con le parole del Don Giovanni di Mozart. Grazie ad Antonio Salvati per averlo compilato.

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