Conferenza
Programmatica
per la Scuola
La scuola nell'inverno demografico
Studenti, docenti e territori nell'Italia dei prossimi 25 anni
Il nostro paese è interessato da una transizione demografica caratterizzata da riduzione e invecchiamento della popolazione e dalla diminuzione di quella in età lavorativa. Queste dinamiche avranno conseguenze importanti sul sistema scolastico italiano.

Professore ordinario di Demografia,
Università Luiss Guido Carli

L’Italia è interessata da una profonda transizione demografica, contraddistinta dalla progressiva riduzione della popolazione, dall’invecchiamento della struttura per età e dalla contrazione delle coorti più giovani. Tali dinamiche, strettamente interrelate, producono effetti significativi anche sul sistema scolastico.
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La diminuzione delle nascite si riflette infatti, con un fisiologico sfasamento temporale, nella progressiva contrazione della popolazione in età scolare, mentre l’invecchiamento demografico e la riduzione della popolazione in età lavorativa incidono sulle future disponibilità di personale e sulle risorse necessarie al funzionamento del sistema educativo. Nei prossimi venticinque anni, tali trasformazioni non riguarderanno dunque soltanto la dimensione della popolazione studentesca, ma investiranno la distribuzione territoriale della domanda di istruzione, l’assetto della rete scolastica e la composizione e il ricambio del corpo docente.
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Secondo le più recenti proiezioni dell’Istat (2026a), la popolazione residente passerà dai 58,9 milioni del 2025 a circa 55 milioni nel 2050. Nello stesso periodo, la quota di popolazione con almeno 65 anni salirà dal 24,3% al 34,6%, mentre quella in età lavorativa, tra 15 e 64 anni, scenderà dal 63,5% al 54,3%; la popolazione tra 0 e 14 anni passerà dal 12,2% all’11,2%. La popolazione in età lavorativa si ridurrà da circa 37,4 a 29,7 milioni (Istat, 2026a).
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La contrazione delle generazioni più giovani è già visibile nella popolazione scolastica e, secondo le proiezioni SVIMEZ (2024), è destinata a proseguire nel prossimo decennio. Al 2035, la popolazione tra i 5 e i 14 anni, fascia di età che corrisponde agli alunni della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado, dovrebbe diminuire di circa il 22% a livello nazionale. La riduzione prevista presenta significative differenze territoriali: -18% nelle regioni settentrionali, -26% in quelle centrali e -21% nel Mezzogiorno (SVIMEZ, 2024).
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Gli effetti della riduzione delle nascite si sono già manifestati nel sistema scolastico, con l’ingresso progressivo delle coorti demografiche meno numerose nelle diverse fasce dell’età scolare(1). Tra il 2017/18 e il 2022/23, secondo SVIMEZ (2024), il numero degli alunni iscritti ai cicli di istruzione non terziaria si è ridotto di circa 330 mila unità nel Mezzogiorno, pari a una contrazione del 9%, a fronte di una diminuzione del 4% nel Centro-Nord. Il calo ha interessato, seppure con intensità differenti, l’intero sistema di istruzione non terziaria, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado. Le differenze territoriali osservate riflettono, oltre agli andamenti demografici, anche l’influenza delle dinamiche migratorie, dell’attrattività economica e occupazionale dei territori e, più in generale, della loro capacità di trattenere e attrarre popolazione giovane (Istat 2024).
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La dimensione territoriale rappresenta uno degli aspetti più critici della trasformazione demografica in atto. Tra il 2014 e il 2024 il Mezzogiorno ha perso oltre 1,1 milioni di residenti, pari a circa il 5,6% della popolazione, mentre nel Centro-Nord la contrazione è stata di circa 680 mila abitanti, pari all’1,7%(2). Solamente nel 2024 il Mezzogiorno ha registrato un saldo migratorio interno negativo di circa 52 mila
residenti, mentre il Nord ha registrato un saldo positivo di circa 47 mila (Istat, 2025). La perdita demografica tende così a concentrarsi nei territori più fragili, alimentando una dinamica cumulativa in cui spopolamento, riduzione della popolazione giovane e indebolimento dei servizi si rafforzano reciprocamente (Istat, 2024).
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Le proiezioni della popolazione disaggregate a livello comunale (Istat 2026a) confermano e proiettano nel futuro questa differenziazione territoriale. Tra il 2030 e il 2050, la popolazione delle aree interne potrebbe diminuire di oltre 1,3 milioni di residenti; nel Mezzogiorno, in particolare, le aree interne passerebbero da 7,1 milioni di abitanti nel 2025 a circa 6 milioni nel 2050 (Istat, 2026a). Tali dinamiche potranno riflettersi anche sulla domanda di istruzione: nei territori maggiormente attrattivi, la riduzione della popolazione scolastica potrà tradursi soprattutto in una minore pressione sulla rete, mentre nelle aree caratterizzate da maggiore fragilità demografica e territoriale e minore capacità attrattiva potrà incidere sulla sostenibilità stessa della presenza scolastica.
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Il problema non riguarda soltanto quante scuole mantenere, ma dove mantenerle e quale funzione attribuire loro. La contrazione degli iscritti richiede una riorganizzazione della rete, ma una razionalizzazione indiscriminata rischierebbe di aumentare le distanze tra studenti e istituti e di indebolire la funzione della scuola come presidio sociale nei piccoli comuni. In circa 3.000 comuni, pari al 38% del totale, l’unica scuola primaria conta meno di 125 alunni, soglia associata a un maggiore rischio di chiusura; in questi comuni gli alunni stranieri rappresentano mediamente il 10,6% degli iscritti e contribuiscono a sostenere la presenza scolastica (SVIMEZ, 2025). La scuola assume così, soprattutto nelle aree interne, una funzione anche sociale e territoriale. La ridefinizione della rete scolastica pone tuttavia anche una questione relativa al personale docente, il cui fabbisogno non può essere determinato esclusivamente dalla numerosità degli alunni.
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Meno alunni non significa automaticamente un minor bisogno di docenti, poiché il fabbisogno dipende dall’età degli insegnanti, dalla distribuzione territoriale, dalle discipline di insegnamento e dalla crescente articolazione dei bisogni educativi. Il corpo docente italiano presenta inoltre un’età media di 48 anni, contro i 45 della media OECD; il 49% degli insegnanti ha almeno 50 anni, rispetto al 37% nei Paesi OECD, mentre solo il 3% ha meno di 30 anni, contro il 10% della media OECD (OECD, 2025, TALIS 2024). Questa struttura anagrafica rende centrale non solo il ricambio generazionale, ma anche la capacità di trasferire l’esperienza professionale maturata e, al contempo, di integrare nuove competenze rispondenti all’evoluzione dei bisogni educativi e della scuola. La riduzione della popolazione giovane si intreccia quindi con una duplice esigenza: garantire il ricambio del personale e assicurare nel tempo un adeguato patrimonio di competenze.
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Parallelamente, la diminuzione degli studenti può accompagnarsi a una crescente articolazione dei bisogni educativi. Nell’anno scolastico 2024/25 gli alunni con disabilità sono quasi 377 mila, pari al 4,8% degli iscritti e in aumento del 5% rispetto all’anno precedente; nello stesso periodo i docenti di sostegno sono aumentati del 6% (Istat, 2026b). In dieci anni, la quota degli alunni con disabilità è quasi raddoppiata, passando dal 2,6% al 4,8%. Il futuro fabbisogno di personale non potrà quindi essere determinato esclusivamente dalla numerosità degli alunni, ma dovrà tenere conto anche della crescente articolazione dei bisogni educativi e della conseguente necessità di competenze specialistiche.
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La trasformazione demografica può quindi rappresentare non solo un vincolo, ma anche un’opportunità. La riduzione degli studenti potrebbe tradursi in una contrazione proporzionale di classi, docenti e strutture oppure, almeno in parte, essere accompagnata da un investimento sulla qualità dell’istruzione, attraverso classi meno numerose, maggiore tempo scuola, servizi più qualificati e un rafforzamento della presenza scolastica nei territori fragili. L’esito non è quindi univocamente determinato dalla dinamica demografica, ma dipenderà dalle scelte con cui verranno redistribuite le risorse e ripensata l’organizzazione del sistema.
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In questa prospettiva, la demografia non decide il futuro della scuola, ma ne definisce il perimetro entro cui assumere scelte strategiche. Sarà necessario programmare la rete scolastica su un orizzonte almeno decennale, utilizzare le previsioni demografiche territoriali, differenziare le politiche in funzione dei contesti e considerare la scuola nelle aree a rischio di spopolamento come un’infrastruttura sociale. Esperienze già realizzate in alcune aree interne mostrano, ad esempio, come la presenza di pochi alunni possa essere affrontata attraverso modelli organizzativi flessibili, come le scuole multigrado, accompagnati da innovazione didattica e collaborazione con gli enti locali(3). Al tempo stesso, il ricambio generazionale dei docenti dovrà essere accompagnato da una politica di valorizzazione e trasferimento delle competenze professionali.
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La sfida dei prossimi venticinque anni non sarà quindi semplicemente gestire una scuola con meno studenti, ma decidere quale scuola costruire per un’Italia demograficamente diversa.
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Riferimenti bibliografici
• INDIRE (2026), Scuole multigrado nelle aree interne: innovazione didattica e alleanze territoriali con il modello Senza Zaino, Progetto presentato al Seminario del 25 febbraio 2026.
• Istat (2026a), Previsione della popolazione residente, delle famiglie e della forza lavoro. Base 1/1/2025.
• Istat (2026b), L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Anno 2024-2025.
• Istat (2025), Indicatori demografici. Anno 2024.
• Istat (2024), Rapporto Annuale 2024. La situazione del Paese. (capitolo 4: L’Italia dei territori: sfide e potenzialità)
• OECD (2024), Education at a Glance 2024: OECD Indicators, Paris, OECD Publishing.
• SVIMEZ (2025), Rapporto SVIMEZ 2025. L’economia e la società del Mezzogiorno, Roma, SVIMEZ, cap. 13, “La scuola per la crescita e la coesione”.
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Note
(1) La denatalità in Italia assume particolare rilievo a partire dal 2008, ultimo anno di crescita delle nascite e punto di massimo degli anni Duemila, dopo il quale la natalità ha seguito una traiettoria costantemente decrescente: dalle oltre 576 mila nascite del 2008 alle circa 370 mila del 2024 (-35,8%) (Istat, 2026).
(2) Dal 2014 al 2024 l’Italia ha perso circa 1,4 milioni di residenti, passando da oltre 60 milioni a 58,9 milioni di abitanti. La contrazione è stata fortemente disomogenea sul piano territoriale: il Mezzogiorno ha concentrato la parte più consistente della perdita (oltre 1,1 milioni di residenti in meno), mentre il Centro-Nord ha mostrato una maggiore capacità di tenuta, sostenuta soprattutto dai flussi migratori (Istat, 2025-2026).
(3) In Toscana, alcune scuole multigrado hanno integrato innovazione didattica e collaborazione con il territorio (INDIRE 2026), mentre in Emilia-Romagna sono stati sostenuti progetti per le pluriclassi dei comuni montani, finalizzati a preservare l’offerta scolastica locale e contrastare lo spopolamento.


