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Conferenza

Programmatica

per la Scuola

Diventare giovani
I difficili percorsi di una identità da ripensare
 

Per poter affrontare in modo pedagogicamente corretto il tema

della gioventù, occorre tenere presente tutto il lasso dell’età evolutiva. Solo concentrandoci contemporaneamente sull’infanzia, sull’adolescenza e sull’età adulta è possibile pensare a una pedagogia della gioventù che non infantilizzi

i giovani e non faccia perdere loro

la flessibilità e la creatività che li caratterizza.

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Educatore; professore di Pedagogia

presso l’Università di Milano-Bicocca

e docente alllo IusTo di Torino

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Una parola, giovani, che scientificamente

non significa quasi nulla

eccetto che nel campo biologico

Pier Paolo Pasolini

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Quando la parola “giovane” viene usata come aggettivo, tutto sommato le cose vanno abbastanza bene. Un giovane debuttante nella serie A di calcio potrebbe avere 15 anni, un giovane laureato 21, un giovane premio Nobel 60. Il fatto che queste tre persone stanno vivendo in tre età della vita radicalmente diverse non ci crea problemi finché non usiamo il termine “giovane” come sostantivo, peggio ancora se declinato al plurale: “i giovani”, ovviamente “d’oggi”. 

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Nel nostro contributo, anche se per ragioni comunicative useremo il termine sostantivato, ipotizziamo che la gioventù non sia uno stato quasi ontologico ma piuttosto un compito educativo; e più che “essere giovani” oggi milioni di ragazzi e ragazze devono affrontare la sfida di “diventare giovani”. Proviamo a chiarire in che senso. 

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Per poter affrontare in modo pedagogicamente corretto il tema della gioventù, occorre tenere presente tutto il lasso dell’età evolutiva. Solo concentrandoci contemporaneamente sull’infanzia, sull’ado-lescenza e sull’età adulta è possibile pensare a una pedagogia della gioventù che non infantilizzi i giovani e non faccia perdere loro la flessibilità e la creatività che li caratterizza.

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Il contributo che la gioventù può fornire alla società adulta è l’esercizio della critica e della proposta di cambiamento; in questo il giovane ha superato da tempo l’acquisizione dei codici del vivere sociale (peraltro mai solo passiva) alla quale ha dedicato l’infanzia e anche il processo di contrapposizione emotiva caratteristico dell’adolescenza. Il passaggio da questa all’età adulta non avviene bruscamente: il giovane è adulto da tutti i punti di vista ma mantiene quello sguardo nuovo e fresco sulla realtà che è così tipico degli adolescenti; ad esso aggiunge le competenze e le conoscenze che possono tradurre in azione mirata di cambiamento l’entusiasmo e la critica. Per questo motivo il bisogno che la società ha dei giovani è assolutamente vitale. 

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Questo processo ci sembra oggi bloccato da quattro processi. 

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a) La colonizzazione dell’infanzia: sono passati decenni dalle denunce di autori come Neil Postman e Marie Winn sul fatto che i bambini e le bambine hanno sempre meno spazi e tempi per il gioco, per l’ozio, per l’esplorazione del mondo; eppure, sembra che questa dinamica non accenni a modificarsi. 

Oggi l’infanzia è presa in una tenaglia, sotto aggressione da un mercato sempre più aggressivo che ne fa la preda per i suoi prodotti (non solo per quelli destinati al bambino, come ha dimostrato Juliet Shor) e una categorizzazione e classificazione delle condotte infantili della quale l’abuso diagnostico è solo uno degli esempi, per quanto eclatante. 

In questo modo, l’infanzia perde la sua specificità, che dovrebbe essere quella di permettere al bambino e alla bambina l’immersione lenta, giocosa e graduale nei codici di una società adulta che si svelano gradualmente, proteggendo i piccoli dai messaggi non adatti a loro (si pensi al proliferare della violenza e della pornografia sui dispositivi utilizzati dai bambini e dalle bambine). 

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b) La patologizzazione dell’adolescenza: lungi dal riconoscere ai ragazzi e alle ragazze il diritto alla fisiologica ribellione alle norme adulte, un pensiero punitivo e repressivo che troppo ottimisticamente era considerato appartenente al passato riemerge patologizzando e criminalizzando l’essenza stessa dell’adolescenza. 

Le pressioni competitive e prestazionali che oggi i ragazzi e le ragazze subiscono come mai nella storia hanno il risultato di naturalizzare le norme, ma soprattutto le scelte di organizzazione sociale: la società competitiva, la legge della giungla, la logica della prestazione e del profitto sono considerate come elementi naturali e ogni contestazione o critica viene punita o patologizzata e affidata alla cura delle scienze della psiche. 

Il compito evolutivo dell’adolescente, che è quello di mettere alla prova la razionalità e il senso delle regole attraverso la trasgressione, viene impedito; in questa situazione le lamentele attuali su una scuola dell’adolescenza troppo permissiva sembrano la beffa che si aggiunge al danno. 

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c) La marginalizzazione della gioventù: pensiamo prima di tutto al mancato accesso al mercato del lavoro, che priva i giovani della loro possibile autonomia, ma anche il sistema del lavoro del contributo di idee e critiche che essi potrebbero fornire. Ma pensiamo soprattutto all’inaccettabile piaga dell’accesso non tutelato (il lavoro nero, mancanza di tutele giuridiche quando non addirittura sanitarie), che porta al ricatto per cui “meglio accettare un lavoro non tutelato che non fare nulla”. 

Nel campo degli studi ci riferiamo all’infantilizzazione dei giovani a partire dalla struttura stessa dei corsi universitari, ormai quasi tutti strutturati in “classi” omogenee, in modo che il primo anno di frequenza di un corso di laurea diventa sostanzialmente una VI superiore, privando gli studenti del confronto verticale con i compagni più grandi. 

In questo senso si muove anche la limitazione del diritto degli studenti a percorsi di studio personalizzati, che sostanzialmente ha vanificato la liberalizzazione dei piani di studio; i giovani poi si trovano di fronte una università sempre più baronale (ultimo residuo di feudalesimo in una società a capitalismo avanzato), ma al contempo sempre meno all’altezza dei compiti pedagogici che le sono attribuiti (il successo degli atenei on line è spiegabile anche con il fatto che la scarsa cura della relazione educativa da parte di troppi docenti fa perdere senso alla frequenza ai corsi). 

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d) La sclerotizzazione dell’adulto: questo terribile participio passato, che copre età che vanno dai 30 ai 70 anni, segna purtroppo una sorta di muraglia nera che si staglia tutta uguale e senza alcuna crepa davanti ai bambini, ai ragazzi, agli adolescenti; “quando sarai grande”, oltre ad essere il titolo di una canzone di Edoardo Bennato che varrebbe la pena riascoltare, è una specie di minaccia o di invito alla rassegnazione. L’immagine che oggi la società adulta fornisce di sé non è certo quella di una età della vita che, pur senza costituirne il compimento, ripotenzia comunque in sé le energie dell’infanzia, dell’adolescenza e della gioventù. 

Si dice che i ragazzi e le ragazze non hanno voglia di crescere: ma ci siamo mai chiesti quale esempio deprimente di adulto poniamo loro davanti come punto di arrivo (e già questo in sé è sbagliato ed è una delle cause dell’abbandono della vecchiaia) per stimolarli a diventare “grandi”? 

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Dunque, il problema non è cosa fare dei giovani o come comprendere le loro caratteristiche, ma rimettere in discussione tutto il sistema formativo che dovrebbe accompagnare un cittadino dalla nascita in poi. 

Non si diventa giovani se non si è stati bambini/e e ragazzi/e. 

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Porre la questione (o, peggio, il “problema”) dei giovani astraendo da uno sguardo sull’infanzia e sull’adolescenza significa gettare a mare secoli di riflessione psicologica e pedagogica sullo sviluppo umano. 

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“Diventare giovane” significa dunque assumere quel ruolo fondamentale che abbiamo delineato sopra. Ma questo sarà possibile per chi nasce oggi solo se la società adulta predisporrà un progetto educativo integrato che rispetti i tempi lenti e lentissimi dell’infanzia, la volontà e la necessità di trasgressione dell’adolescenza, la voglia e il diritto di protagonismo della gioventù. Altrimenti continueremo in eterno a dolerci dei “giovani d’oggi”, che però ci saranno sempre molto utili per scaricare ipocritamente su di loro tutto il peso dei mali del mondo, presenti e futuri. 

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Studenti che salgono le scale
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