top of page
Pila di libri

ARTE CINEMA LIBRI MUSICA

• Vincenzo Alessandro   
   Il catalogo è questo: scenari
   di apocalisse prossima ventura


• Francesco Ottonello
   Johannes Brahms

   La Quarta Sinfonia

 

Johannes Brahms
La Quarta Sinfonia

 

La Quarta Sinfonia di Johannes Brahms,

composta tra il 1884 e il 1885, rappresenta l’apice della sua ricerca sinfonica e l’ultima opera

del genere composta dal musicista.

La Sinfonia appare come un vero e proprio congedo: una sintesi tra tradizione e innovazione, rigore

ed emozione, e una riflessione sulla possibilità

di fare musica dopo Beethoven. 

​

Ottonello.JPG

Percussionista e musicologo

Ottonello.JPG

Quando Johannes Brahms compose la Quarta Sinfonia, tra il 1884 e il 1885, aveva poco più di cinquant’anni ed era ormai un compositore pienamente affermato. Alle sue spalle c’erano una lunga esperienza creativa e un rapporto con la tradizione musicale tedesca costruito attraverso anni di studio e di riflessione. La Terza Sinfonia era stata completata appena un anno prima, nel 1883, e Brahms avrebbe potuto considerare concluso il proprio percorso sinfonico. Al contrario, tornò ancora una volta al genere che più di ogni altro sembrava incarnare il peso della tradizione. 

​

La prima esecuzione della Quarta Sinfonia ebbe luogo il 25 ottobre 1885 all’Hoftheater di Meiningen, con la prestigiosa orchestra di corte della città diretta dallo stesso Brahms. La Quarta sarebbe rimasta l’ultima sinfonia di Brahms e, vista oggi, appare quasi come un congedo: non soltanto dal genere sinfonico, ma da una determinata idea della musica che affondava le proprie radici nella grande tradizione classica e romantica. 

​

È difficile ascoltare la Quarta senza avvertire l’incombente presenza beethoveniana: per Brahms il confronto con il grande predecessore non fu solamente una questione di estetica compositiva, fu quasi un problema esistenziale. Nella tradizione germanica e mitteleuropea, la sinfonia era considerata il genere più nobile e importante, quello in cui Beethoven aveva portato la forma a un livello di perfezione e di intensità espressiva difficilmente superabile. Brahms avvertiva fortemente la gravità di tale peso al punto tale che esitò molti anni prima di affrontare la composizione del genere sinfonico e, quando finalmente lo fece, affrontò ogni nuova sinfonia con una meticolosità quasi esasperata. 

​

Di fronte alla colossale statura beethoveniana Brahms decise di non assumere un atteggiamento dirompente e di allontanamento, egli scelse piuttosto di esplorare le forme musicali del passato partendo dal loro interno, esplorandone fino alle estreme conseguenze le possibilità espressive. In tal senso la sua musica è profondamente moderna proprio perché non ha bisogno di dichiararsi tale: la novità nasce dalla trasformazione della tradizione, non dalla sua negazione. 

​

La Quarta Sinfonia rappresenta forse il punto più alto di questo atteggiamento. In essa convivono mondi apparentemente lontani: la severità del contrappunto bachiano e la sensibilità armonica del Romanticismo, la disciplina della forma e l’abbandono lirico, la densità intellettuale e la forza trascinante del ritmo. Brahms riesce a far convivere tutti questi parametri in un prodigioso equilibrio nel quale la musica oscilla continuamente tra la ricerca della cantabilità e l’esigenza di costruire, tra libertà e controllo. 

​

Il primo movimento, Allegro non assai, ci introduce immediatamente in questo universo. La melodia iniziale, nella scura tonalità di Mi minore, possiede una bellezza malinconica e quasi intima. Nelle prime battute non si avverte nulla di dichiaratamente drammatico, eppure fin dall’inizio si avverte una tensione sotterranea. È come se la musica suggerisse una domanda a cui non si può dare risposta. 

​

Brahms costruisce il movimento secondo i principi della forma-sonata, ma ciò che colpisce non è tanto la forma in sé quanto il modo in cui il materiale musicale viene continuamente trasformato. Piccole cellule melodiche e ritmiche vengono sviluppate, frammentate, sovrapposte e ricomposte. 

​

Non c’è mai nulla di veramente statico. Un’idea inizialmente semplice acquista progressivamente un peso sempre maggiore, mentre il discorso musicale si addensa e si sviluppa. È una delle caratteristiche più affascinanti della scrittura di Brahms: l’impressione di ascoltare una musica spontanea nasconde in realtà un meticoloso lavoro compositivo, di straordinaria precisione. 

​

Il secondo movimento, Andante moderato, sembra aprire improvvisamente una finestra su un paesaggio diverso. La tonalità di Mi maggiore porta una luce nuova, ma non cancella la malinconia che caratterizza l’intera Sinfonia. Il tema iniziale possiede un carattere arcaico e solenne che sembra richiamare un mondo lontano. Anche in questo frangente, Brahms guarda al passato, non per riprodurlo ma per trasformarlo in qualcosa di intimamente personale. 

​

La musica non ha bisogno di esplodere per essere intensa, il suo lirismo nasce dalla continuità del respiro, dalla ricchezza delle armonie, dalle voci interne dell’orchestra. La melodia procede con naturalezza, ma sotto la superficie si avverte un’inquietudine che non viene mai completamente abbandonata. 

​

Dopo la concentrazione dei primi due movimenti, il terzo, Allegro giocoso, appare quasi come una liberazione. È l’unico vero Scherzo di tutte e quattro le sinfonie di Brahms e si caratterizza per introdurre un’energia completamente diversa. La tonalità di Do maggiore, il ritmo incalzante, l’orchestrazione brillante e lo sfruttamento del timbro argentino del triangolo conferiscono alla musica una vitalità quasi fisica. Si riscontra l’abbondante presenza di sincopi, accenti spostati e formule ritmiche che ricordano quella vitalità di matrice ungherese e zigana che Brahms aveva da sempre molto care. 

​

Nonostante la concomitanza di questi elementi musicali vivificanti, anche tale movimento non è privo di ambiguità. La sua energia è così insistita da assumere quasi un carattere febbrile, è una pagina esuberante, ma non veramente liberatoria. Sembra piuttosto una parentesi luminosa destinata a interrompersi, quasi come se la Sinfonia avesse la necessità di ritornare verso un proprio baricentro oscuro. 

​

Infatti, nel quarto movimento, Brahms compie la scelta più sorprendente: invece di concludere la Sinfonia con un finale tradizionale, sceglie una Passacaglia, una forma antica fondata sulla ripetizione e sulla variazione di una struttura musicale ricorrente. La scelta potrebbe sembrare, a prima vista, il gesto di un compositore rivolto nostalgicamente al passato, in realtà è esattamente il contrario. 

​

Brahms utilizza come modello un tema tratto dal finale della Cantata BWV 150 di Johann Sebastian Bach e costruisce su di esso una serie di variazioni. Il procedimento è di una severità quasi ascetica: il materiale di partenza è fortemente vincolante e sembra lasciare poco spazio alla libertà del compositore. Ma è proprio questa limitazione a diventare, nelle mani di Brahms, una straordinaria fonte di invenzione. 

​

Ogni variazione modifica il tema senza mai perderlo completamente. Cambiano il ritmo, l’armonia, la distribuzione delle voci, la densità dell’orchestra; emergono nuovi profili melodici e nuovi contrasti. La forma procede con una cadenza quasi inesorabile, ma all’interno di tale necessità Brahms riesce a creare un’enorme varietà espressiva. Il contrappunto non è più soltanto una tecnica: diventa una forma di pensiero. 

​

È difficile non vedere in questo finale una sintesi dell’intera esperienza artistica di Brahms. Tutto ciò che nella sua musica era stato lentamente elaborato sembra convergere qui: Bach e Beethoven, la tradizione e il Romanticismo, il rigore e l’emozione, la forma e l’espressione. Brahms non cerca più di conciliare passato e presente: li fa convivere, dimostrando che la tradizione può essere ancora viva quando viene attraversata da uno sguardo personale. 

​

Ci troviamo di fronte a un finale profondamente drammatico: la Quarta Sinfonia non si conclude con una vittoria o con una rassicurante apertura verso il futuro. Brahms non sembra voler concedere all’ascoltatore una facile consolazione. 

​

Non è forse casuale che questa sia l’ultima sinfonia di Brahms, dopo questo importante sforzo compositivo egli non tornerà più sul genere. Il compositore amburghese sembra aver portato quella forma fino al limite delle proprie possibilità personali in modo che essa rappresenti contemporaneamente un culmine e un congedo. È il culmine della ricerca sinfonica di Brahms e, nello stesso tempo, uno degli ultimi grandi monumenti del sinfonismo classico-romantico. Poco dopo, la sensibilità musicale europea avrebbe imboccato altre strade: Mahler avrebbe dilatato la forma sinfonica fino a trasformarla in un universo, mentre altri compositori avrebbero messo sempre più radicalmente in discussione l’eredità tonale e formale dell’Ottocento. 

​

Brahms, invece, sceglie di fermarsi sulla soglia. Non apre una porta verso un mondo completamente nuovo, ma lascia la tradizione in una condizione di straordinaria vitalità. Ed è proprio questa la grandezza della Quarta: essere un’opera profondamente legata al passato e, nello stesso tempo, capace di parlarci ancora con una voce sorprendentemente attuale. 

​

Forse è per questo che, ascoltandola, si ha la sensazione che Brahms non stia semplicemente componendo una sinfonia, ma stia riflettendo sulla possibilità stessa di comporre musica dopo Beethoven. 

​

La Quarta Sinfonia non è dunque soltanto l’ultima sinfonia di Brahms. È il luogo nel quale molte delle sue contraddizioni trovano una forma: il passato e il presente, il rigore e l’emozione, la disciplina e la libertà, la luce e l’ombra. E forse proprio nel suo finale, costruito su un’antica forma di variazione, Brahms sembra dirci che non è necessario dimenticare il passato per essere moderni. È possibile, invece, conoscerlo così profondamente da riuscire a trasformarlo in qualcosa di nuovo. 

​

Alla fine, non siamo lontani da quanto ebbe a dichiarare un maturo Giuseppe Verdi quando convintamente asserì: «Tornate all’antico e sarà un progresso». 

​

Ascolti: 

​

Direttore: Carlos Kleiber Bayerisches Staatsorchester

​

Direttore: Herbert von Karajan Berliner Philarmoniker

​​

Direttore: Wilhelm Furtwängler Berliner Philarmoniker

​​

 

bottom of page