adolescenti
Adolescenti:
violenza a scuola
La risposta alla violenza scolastica
non è militarizzare le aule,
ma ricostruire competenze educative.
Adolescenti, insegnanti e famiglie
vanno aiutati a gestire i conflitti, limiti
e fragilità, perché la scuola torni
a essere comunità di crescita.
Pedagogista.
Direttore del Centro Psicopedagogico
per l’educazione e la gestione dei conflitti


Ogni volta che un episodio di violenza entra nelle aule scolastiche, si chiedono più controlli, più sanzioni, più sicurezza. Comprensibile: quando un ragazzo ferisce un compagno o uno studente aggredisce un insegnante, la paura prende il sopravvento. Occorre evitare le risposte di pancia.
Non si può trasformare la scuola in un carcere minorile o pensare di poter raddrizzare i ragazzi con punizioni, repressione e metal detector. La violenza distrugge la convivenza e va respinta senza ambiguità. Tuttavia, per prevenirla davvero, dobbiamo riconoscerla per quello che è: non solo un problema di ordine pubblico, ma soprattutto un’emergenza educativa.
Va innanzitutto distinto il conflitto dalla violenza. Il conflitto fa parte della vita: nasce quando opinioni, bisogni o punti di vista non coincidono. È una componente naturale delle relazioni. La violenza, invece, compare quando il conflitto non viene riconosciuto e gestito, diventando sopraffazione, umiliazione, ferita, eliminazione simbolica o fisica dell’altro. Per questo il contrario della violenza non è l’assenza di conflitti, ma la capacità di litigare bene. Il ragazzo violento non litiga troppo, piuttosto non sa litigare, non regge la frustrazione e, non avendo parole né strumenti, passa all’atto.
Negli adolescenti questa difficoltà si rivela particolarmente delicata. Stiamo parlando di un’età di passaggio, di trasformazione neuroemotiva, di ricerca di autonomia e riconoscimento. Hanno bisogno del gruppo dei pari, ma proprio lì incontrano esclusioni, rivalità, gelosie, provocazioni. Vogliono essere liberi, ma non sempre possiedono la maturità per stare dentro la libertà. In un clima sociale dominato dalla suscettibilità, ogni divergenza può apparire come una ferita narcisistica: l’altro che non mi approva o mi contraddice diventa un nemico. Gli episodi di violenza che li riguardano sembrano avere una traccia comune: il baratro educativo in cui è caduta una generazione. Non tanto sul piano dei bisogni materiali, quanto su quello dei basilari che sostengono la crescita e che sembrano non interessare più a nessuno.
In questa assenza si creano le condizioni favorevoli per atti impensabili, agiti come se ci si trovasse dentro un videogioco. Il confine tra realtà e fantasia sembra non essere stato acquisito a livello di comportamenti e di mentalizzazione. Manca quel substrato di apprendimento che da sempre si definisce «imparare a stare al mondo».
Il digitale amplifica tutto. Chat, social, video e contenuti violenti possono rendere permanente l’umiliazione, spettacolarizzare la prepotenza, alimentare appartenenze tossiche. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di non lasciare gli adolescenti soli in ambienti che non hanno ancora gli strumenti per governare. Va presa una decisione come abbiamo fatto con alcol e tabacco, servono limiti chiari e una forte educazione alla realtà: più esperienze concrete, più gruppo reale, più vita comunitaria.
La scuola può fare tanto, non per anestetizzare la vita sociale degli studenti, ma per insegnare a stare nelle contrarietà senza farsi male e senza fare male.
La gestione della violenza tra pari comincia dal modo in cui la classe viene pensata: non come una somma di alunni che ascoltano lezioni, ma come un gruppo che impara a convivere. Una scuola ridotta a spiegazione, studio, interrogazione e verifica non basta. Le materie sono fondamentali, ma non esauriscono il compito educativo. In classe si impara anche a prendere la parola, ad ascoltare, a dissentire, a sopportare che qualcuno la pensi diversamente, a chiedere scusa, a non confondere lo scherzo con l’umiliazione. Senza queste competenze, la differenza diventa minaccia e la forza rischia di sostituire la parola.
La violenza nasce infatti da una povertà di competenze conflittuali: chi non sa difendere le proprie ragioni senza distruggere l’altro, chi non sa stare nel gruppo se non dominando, chi trasforma la fragilità in aggressività, la usa come facile scorciatoia. Proprio per questo, le scuole dovrebbero disporre di strumenti adeguati, come il Metodo Litigare Bene la comunicazione basata sull'ascolto reciproco e le tecniche di discussione fondate sul dibattito maieutico.(1)
Quando nasce un litigio, la ricerca del colpevole non può essere l’unico orizzonte. La vera domanda educativa è: «Che cosa possono imparare questi ragazzi da ciò che è accaduto?». Di fronte a un conflitto, l’insegnante non deve trasformarsi in giudice, né limitarsi a distribuire punizioni. Meglio creare le condizioni perché gli studenti possano nominare le rispettive ragioni, ricostruire l’accaduto, riconoscere l’effetto delle proprie azioni sugli altri.
Non prediche, non spiegoni, non lezioni morali calate dall’alto, ma conversazioni capaci di attivare pensiero. Una domanda generativa può aprire un lavoro profondo: «Che cosa fai quando due compagni litigano?», «Che cosa significa sentirsi rispettati?», «Come ci si comporta quando qualcuno non ci dà ragione?».
Il gruppo classe, se ben condotto, è una risorsa potente: permette agli studenti di ascoltare punti di vista diversi e di confrontarsi con il limite senza viverlo come mortificazione. Alla fine, l’adulto può restituire una sintesi, offrire criteri, indicare responsabilità. Una didattica basata su regolazione reciproca tra gli alunni, attività di ricerca comune, problematizzazione, utilizzo di situazioni stimolo(2) permette di rispondere all’emergenza narcisistica.
Ancora più delicata è la violenza contro il personale scolastico. Un’aggressione a un insegnante non colpisce solo una persona: ferisce il patto educativo. Significa che l’adulto non viene più riconosciuto come figura di riferimento, ma come ostacolo o bersaglio. Per questo gli insegnanti non possono essere lasciati soli. Hanno bisogno di formazione specifica sulla gestione dei conflitti, sul clima di classe, sulla comunicazione con adolescenti difficili, sulla costruzione dell’autorevolezza che non coincide con il controllo rigido né con la paura. Nasce da coerenza, presenza, capacità di tenere il gruppo, chiarezza dei limiti, disponibilità ad ascoltare senza mettersi alla pari. Un docente che si trincera solo dietro la propria materia rischia di perdere il contatto con la dimensione relazionale dell’insegnamento; un docente esposto senza strumenti rischia di essere travolto.
Prevenire la violenza significa anche costruire reti: scuola, famiglia, educatori, sport, territorio. Per questo le famiglie devono essere coinvolte. Molti adolescenti non sono materialmente abbandonati, ma vivono una forma di orfanità educativa: adulti fragili, iperprotettivi o assenti, genitori che oscillano tra controllo e resa, tra urla e permissività. I ragazzi non hanno bisogno di genitori amici, ma di adulti capaci di reggere il ruolo: mettere paletti, negoziare libertà, presidiare l’uso del digitale, impedire che un figlio esca con un coltello nello zaino, riconoscere i segnali di isolamento senza trasformarsi in investigatori emotivi. La prevenzione passa anche dal sostegno ai genitori e proprio a questo scopo sono nate le Scuole Genitori e gli studi di Parent Counseling del CPP (Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la gestione dei Conflitti).
La scuola sicura, quindi, non è quella senza conflitti, ma quella che li sa gestire. Una scuola in cui gli adulti non fuggono davanti alla rabbia dei ragazzi, non la liquidano con una nota e non la lasciano esplodere; la trasformano invece in parola, responsabilità e apprendimento. Insegnare a vivere significa proprio questo: aiutare adolescenti e adulti a riconoscere che la contrarietà non è una minaccia, che il limite non è un’umiliazione, che l’altro non va eliminato quando non corrisponde ai nostri desideri.
Sarebbe molto importante che nelle secondarie si tornasse a fare discussioni, ad ascoltarsi quando si hanno opinioni diverse, perché in questo momento stiamo tirando su una generazione estremamente permalosa e suscettibile. La scuola è un luogo di apprendimento, quindi facciamo in modo che questi ragazzini possano imparare a vivere, anche gestendo le divergenze e le contrarietà. Solo così può diventare una vera comunità educativa: non un luogo militarizzato, ma uno spazio in cui si impara, concretamente, a non distruggere e a non distruggersi.
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(1) Per approfondire: Conflitti. Rivista di ricerca e formazione psicopedagogica, AA.VV., Dossier Il dibattito maieutico, n. 3/2023 pp. 25-36.
(2) Per approfondire: Conflitti. Rivista di ricerca e formazione psicopedagogica, n. 4/2023, D. Novara, La situazione stimolo come opportunità, pp. 33-35; A. Gorrino, Progettare una situazione stimolo, pp. 39-41.


