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adolescenti

Nel fuoco
della controversia
 

Cosa si nasconde dietro il disagio adolescenziale?

In questo testo, tratto da Per amore del futuro.

Educare oggi, Eraldo Affinati fornisce

una risposta articolata sulla base

della sua pluriennale esperienza come docente, nonché fondatore, insieme alla moglie

Anna Luce Lenzi,  della scuola Penny Wirton

per l’insegnamento gratuito

della lingua italiana ai migranti.

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                                        Scrittore e insegnante.                                         Fondatore della scuola Penny Wirton

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I sedicenni fanno resistenza: è il loro mestiere, biologico e culturale. Si oppongono. Recalcitrano. Ti mettono i bastoni fra le ruote. Scappano, ma spesso ritornano. Non possono restare troppo a lungo da soli. Sono l’avanguardia dell’umanità: tumultuosa, irrefrenabile, lanciata in avanti verso un futuro indecifrabile ma inarrestabile. Compito di noi adulti, genitori, insegnanti, è quello di incanalare l’energia dei ragazzi verso luoghi mentali e fisici in grado di renderla utile, senza disperderla. Per farlo abbiamo bisogno di valori, etici innanzitutto, capaci di orientare la marcia degli scolari, dei figli, sempre sul punto di perdersi nel vuoto. 

 

Questo richiede un grande sforzo, perché non possiamo evitare di affrontare il contrasto fra la pulsione talvolta cieca dei giovani che ci vengono affidati e la nostra volontà di condurli sulla strada maestra della maturità da acquisire. Sentire con ansia e insofferenza l’inevitabile frizione fra i programmi e gli schemi che abbiamo elaborato, le idee che ci siamo fatti per formare gli allievi e l’autonomia che essi realizzano, spesso sorprendente, imprevedibile, talvolta sconcertante, rappresenta il senso più profondo del nostro lavoro. Tutti vorremmo ottenere il consenso degli scolari, siamo felici quando ciò accade, ma è solo nella gestione del dissenso che potrà emergere la presenza del maestro, altrimenti destinato a restare una semplice figura professionale, un passacarte di gerghi, tecniche, formule, testi da imparare a memoria per poi magari dimenticarli il giorno dopo averli enunciati.

 

Inutile nascondere la difficoltà del nostro compito, del resto ben nota a ogni docente e purtroppo non sempre valutata appieno da quanti la discutono senza averne vera esperienza. Dobbiamo restare equilibrati anche nei momenti difficili, quando dovremo conservare la lucidità necessaria a non perdere le staffe durante l’inevitabile scontro, senza tuttavia disertare l’appuntamento che il giovane in crescita, specie se si rivolta, oscuramente ci chiede. Mantenere la posizione non significa irrigidirsi. È fondamentale saper essere amici e maestri insieme: da una parte conoscere lo scolaro nelle sue passioni più autentiche, per avvicinarci al cerchio di fuoco dove già sappiamo che potremo bruciarci; dall’altra non rinunciare a consegnare il testimone del passato, rivissuto nella pienezza individuale, pur sapendo che le nostre parole andranno incontro a una ricezione assai diversa da quella che presumiamo.

 

Mohamed, minorenne non accompagnato, pareva ingestibile, anche per noi, pronti ad affidargli una volontaria tutta consacrata a lui. Ci era stato mandato dalla casa-famiglia presso la quale provvisoriamente abitava. Non si voleva staccare dal gruppo dei coetanei sul quale esercitava un notevole ascendente. Riccioluto, paonazzo, gli occhi neri sfuggenti, il corpo grosso, già consumato, quasi avesse il doppio della sua età, assomigliava a un giovane camionista. Attaccabrighe, faceva presto a rendersi intrattabile con chiunque. Perfino i compagni, egiziani, che pure gli stavano dietro, parevano temerlo. Dopo pochi minuti di tentativi per coinvolgerlo, scrollava la testa, chiedeva di uscire in cortile a fumare. Quando tornava non si concentrava. Stava sempre attaccato al cellulare. Guardava altrove, con una spiccata, del resto comprensibile, preferenza per le ragazze che svolgevano presso di noi le ore di tirocinio formativo. In realtà non le corteggiava nemmeno, si limitava a disturbarle. Restava seduto al banco come per farti un piacere.

 

In aula, insieme agli altri, sarebbe stato una bomba esplosiva. Così da solo non faceva troppi danni, ma ti poneva un problema. Appena gli andai vicino, sentii una specie di scossa: questa è la verità, pensai d’istinto. Mohamed ce la sta presentando come meglio non si potrebbe. La tensione degli adolescenti irrequieti mi appartiene, la sento mia. All’inizio percepivo soltanto una chiamata in causa, senza saper nominare il sentimento che stava alla sua origine. Ho dovuto fare un grande lavoro su me stesso per capire la ragione della sintonia che ho sempre provato nei confronti del ragazzo complicato: una condizione emotiva che peraltro di per sé non mi avrebbe reso adatto al rapporto educativo. Per renderla fruttuosa avrei dovuto compiere un passo in più: rispondere all’appello che i ripetenti, gli indisciplinati, i ribelli, in qualche maniera formulavano verso di me presupponeva la ricerca di un equilibrio psicofisico indispensabile per affrontare la loro energia vitale.

 

Col tempo mi resi conto che il fatto di essere figlio di due orfani, privi degli strumenti culturali per elaborare il trauma dell’abbandono, costituiva il motivo recondito della mia passione pedagogica. Se sono diventato insegnante e scrittore, ciò è dovuto in larga parte alla volontà di risarcimento nei confronti dei genitori che ho avuto. Ecco perché il giovane Mohamed, fra gli innumerevoli altri incontrati come docente, rappresentava una carta del destino: era come se attraverso di lui ritornasse mio padre, figlio non riconosciuto che vide morire la madre quando aveva solo quindici anni. Tuttavia, la sfida di Mohamed, lanciata verso gli adulti che incrociava, possedeva un rilievo valido in assoluto, non solo per me.

 

Ogni azione educativa deve attraversare un conflitto, altrimenti non è reale; senza contrasto abbiamo soltanto finzione pedagogica, cioè adesione acritica a schemi artificiali: questi ultimi non possiamo liquidarli facilmente, in quanto rinviano ai codici della civiltà, forme e modalità strutturate, acquisizioni di regole necessarie al passaggio delle nozioni. Tuttavia, gli adolescenti problematici fanno saltare ogni mediazione, scoprono la nudità del confronto, provano in pochi anni su se stessi le maschere che gli uomini hanno edificato nei secoli e quasi sempre le rifiutano, trovandosi in un vicolo cieco che può portarli a compiere gesti violenti e autodistruttivi. A quindici, sedici anni siamo chiamati a ripercorrere la storia dell’umanità, dall’epoca delle fiere a quella degli uomini. In poco tempo dobbiamo assimilare i tabù, incanalare l’istinto, disciplinare le tensioni, imparare la natura convenzionale della giustizia e comprendere il valore della democrazia in quanto male minore rispetto alla dimensione ferina dell’essere umano.

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Osservare i precetti per Mohamed era impossibile: la sua insofferenza alle regole lo stava trascinando nel baratro. Tutti coloro che gli si accostavano con l’intenzione di correggerlo, se non addirittura redimerlo, rischiavano tanto, specialmente se non avevano compiuto il lavoro di riflessione interiore richiesto al maestro. Questo allievo, ammesso e non concesso che rinunciasse a fare lezione, non si toglieva di mezzo: infastidiva chi invece avrebbe voluto studiare, mandava a monte non solo la sua partita, ma anche quella in cui tutti gli altri erano impegnati. Oppositivo, antagonista, irruento, scomposto: è lui il vero ferro del nostro mestiere. Non gli studenti silenziosi e attenti che prendono appunti mentre spieghiamo.

 

Perché dico questo? L’educatore deve affermare una presenza, non solo fra le quattro mura dell’aula o nel cortile dell’oratorio, superando la semplice soddisfazione che istintivamente prova quando gli scolari lo ascoltano contenti e i bambini più bravi fanno gli esercizi. Nel momento in cui si verifica uno scambio profondo fra una personalità già compiuta e un’altra in via di progressiva formazione, lo scontro diventa inevitabile: bisogna saperlo gestire incarnando la regola che si chiede di rispettare, non limitandoci ad alzare il dito nei confronti di chi la respinge. È fondamentale far capire all’adolescente che anche noi, come lui, siamo contrassegnati dalla finitudine, feriti a morte sin dalla nascita, privi di alibi formali e rassicuranti. Nessuno di noi può dire di essersi messo in salvo. Il nostro sapere, quale che sia, non ci fa diventare felici, anzi acuisce l’ansia conoscitiva, senza mai soddisfarla. Non possiamo controllare né tantomeno dominare le esperienze nelle quali ci imbarchiamo. Abbiamo combattuto, stiamo continuando a farlo, nella comune sorte, con l’intenzione di dare un senso alla vita: ecco, se fossimo riusciti a far balenare nella coscienza di Mohamed tale consapevolezza di coralità, sarebbe stato intanto un buon modo per intercettarlo.

 

Il movimento iniziale è proprio questo: avvicinarlo, lasciando trapelare la nostra volontà di conoscerlo in quanto essere umano, prima ancora che come scolaro. Per farlo anche noi dobbiamo scoprire le carte: non con un discorso teorico astratto, ma nella dimensione emotiva che l’educatore dev’essere in grado di maturare in forme uniche, legate alla sensibilità e al carattere di ognuno. Conta l’ambiente in cui avviene il confronto, lo spazio del dialogo, l’istituzione che abbiamo dietro, la tradizione a cui facciamo riferimento, il messaggio da trasmettere.

Tutto questo, certo, resta fondamentale.

 

Ma soprattutto, agendo a partire dalla nostra forza e fragilità, dobbiamo mostrarci liberi proprio perché incatenati. Sembra una contraddizione interna, ma è questo il segreto da svelare all’adolescente riottoso, solitario, disperato. Vivendo insieme a lui nel fuoco della controversia, senza pensare nemmeno per un attimo di poterne stare fuori, realizziamo gli assunti imprescindibili del gesto educativo: rispondiamo alla tesi con la nostra antitesi, indicando la sintesi dell’uomo integrale, colui che non scinde mai il pensiero dall’azione. Nessuna nostra parola sarà priva di riscontro. Nessun nostro comportamento potrà essere considerato un semplice frutto dell’istinto.

 

Quando gli ho detto che mi sarebbe piaciuto andare al Cairo insieme a lui, Mohamed ha trattenuto un sorriso, ma non ha svicolato, anzi mi ha preso sul serio. In quel momento ho sentito di averlo in pugno. Ricordo bene come è successo perché esiste un documentario girato da Stefano Massari, Da un mondo all’altro, in cui a un certo punto viene ripreso proprio quell’istante fatidico fra me e lo studente egiziano. Ho quindi potuto rivedere la scena che in se stessa non ha niente di speciale ma corrisponde a ciò che ho appena cercato di dire. Gli sono andato sotto, faccia a faccia, chiedendo se avrei potuto visitare il cimitero della capitale egiziana, nella famosa città dei morti, dove avevo letto che molte famiglie addirittura abitavano fra le tombe. Mohamed, di fronte alla mia in apparenza bislacca richiesta, ha risposto che sì, si poteva fare, tranquillamente, non ci sarebbe stato alcun problema. Lui si sarebbe volentieri prestato ad accompagnarmi. Mi avrebbe condotto dovunque. Lo diceva con grande sicurezza, come se di lì a poco ci apprestassimo a preparare i bagagli.

 

Cos’era successo? Perché quello che sembrava un piccolo criminale pareva essersi trasformato in una guida diligente e affettuosa? Ero entrato nel suo territorio fantastico lasciandogli intendere che avrei potuto abitarlo insieme a lui. Sapevamo entrambi che stavamo vaneggiando, ci piaceva proclamarlo, eravamo impegnati in una recitazione dal vero. Attori esistenziali, lanciavamo in avanti le nostre parole, come fossero un boomerang, curiosi di vederle tornare indietro, trasformate, verso di noi. Maestro e allievo non più contrapposti, ma uniti nel sogno che magari chissà forse un giorno sarebbe potuto diventare reale.

 

Si trattava dell’anticipazione tipica dell’adolescente, il quale, come scrisse Dietrich Bonhoeffer in un brano fatidico di Resistenza e resa che spesso mi capita di citare, “non è mai totalmente lì dove si trova; ciò fa parte precisamente della sua natura, diversamente egli sarebbe presumibilmente privo d’immaginazione; l’uomo invece è sempre un tutto e non sottrae nulla al presente”.

 

Seguiamo il ragionamento del grande teologo tedesco, fatto impiccare da Adolf Hitler pochi giorni prima della fine della Seconda guerra mondiale, nel lager di   Flossenbürg, accusato fra l’altro di essere stato il padre spirituale del fallito attentato del 20 luglio 1944 a Rastenburg contro il Führer. Ciò che dice sull’uomo adulto, pienamente maturo, è decisivo: “La sua nostalgia, che resta nascosta agli altri, è una nostalgia in qualche modo già sempre superata; e quanto più grande è il superamento che deve compiere, per essere totalmente presente, tanto più misterioso e affidabile egli diventa, nel fondo del suo essere, per il prossimo, e in particolare per i giovani che stanno ancora camminando sulla strada da lui già percorsa”.

 

Di quale nostalgia si tratta? Desiderare qualcosa che non si è realizzato, rimpiangere ciò che potevamo essere e non siamo riusciti a diventare, inventarsi altre immagini di noi stessi, pronti a verificarle o contraddirle, è la condizione che caratterizza la gioventù, intesa come un cantiere di buone intenzioni precocemente fallite. Tale continua esposizione all’insuccesso rispetto ai programmi che si sono fatti determina nei ragazzi l’ansia della prestazione e la conseguente ricerca di un conforto emotivo che non trovano in famiglia. Mohamed percepì un interessamento extrascolastico da parte nostra che in seguito lo portò a confidarsi. Venimmo a sapere che, prima di arrivare in Italia, era stato in un carcere libico, dentro una cella con cinquanta uomini. Possiamo immaginare ciò che aveva sperimentato.

 

Nel momento in cui lo raccontava, tutta la sua boria pareva sgonfiarsi e lui ridiventava l’adolescente che era stato prima di staccarsi dagli affetti domestici.

D’improvviso il suo nervosismo, la sua impazienza, la sua suscettibilità potevano essere interpretate come risposte alle traumatiche esperienze vissute, ma ciò che contava era la consapevolezza, da parte di Mohamed, di averle condivise con noi.

Egli avrebbe voluto lasciarsele alle spalle, ma in questo modo si sarebbero scaricate sui suoi figli, come fece mio padre con me, delegandomi a rappresentarlo. Per questo lo spazio dialettico scopre quasi sempre un paesaggio anteriore legato alle generazioni che ci precedono. In particolare, il conflitto fra giovani e adulti è come la foce di un fiume, dove si convogliano vecchi rottami di contese non risolte, lesioni non guarite, tagli e lacerazioni ancora sanguinanti. L’educatore prova a rimettere a posto i cartelloni distrutti anche se non può sapere quali erano le scritte cancellate, le identità negate, le ingiurie subite. I ragazzi recano in viso i segni di antiche dispute a loro stessi sconosciute. Far rialzare in piedi un giovane caduto a terra spesso vuol dire ritrovare una madre, ridare il nome a un padre, individuare le offese, stabilire i torti, ricucire gli strappi. Ridiventare adulti insieme a lui.

 

Sul piano educativo questa opera di giustizia – prima ancora che giuridicamente, nella garanzia dei diritti civili, di cui ogni cittadino dovrebbe godere, o socialmente, ripristinando l’uguaglianza delle posizioni di partenza – si realizza in un luogo linguistico, lessico, sintassi e tempi verbali, là dove finisce la guerra e inizia la civiltà. Insegnare lettere significa cercare, anche senza riuscirci, le ragioni per fare la pace.

 

Questo capitolo è tratto da Per amore del futuro. Educare oggi (Edizioni San Paolo, 2026)

Per Scuola e Formazione web Erica Cassetta ha intervistato Eraldo Affinati

nella scuola Penny Wirton di Roma, con la regia di Giovanni Panozzo

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