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adolescenti

(Dis)armati:
la violenza giovanile
tra percezione e realtà

A fronte di episodi di violenza sempre 

più efferati, i giovani appaiono “disarmati” 

tra vuoti affettivi, fragilità psicologiche

e carenza di opportunità.

Attraverso dati e testimonianze,

si esplora la complessità della violenza giovanile e l’urgenza di investire 

in prevenzione, servizi educativi 

e di supporto.

Research Specialist, 

Save the Children Italia 

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È il 16 gennaio di quest’anno quando a La Spezia, nei corridoi dell’Istituto professionale Einaudi Chiodo, il diciottenne Youssef Abanoub viene ucciso da una coltellata inferta da un coetaneo. Pochi giorni dopo, a Bologna, un quindicenne si presenta a scuola con un machete nello zaino. A fine marzo, nel Bergamasco, un 13enne accoltella gravemente una professoressa nei corridoi della scuola, mentre a Perugia viene arrestato con l’accusa di terrorismo un 17enne che progettava una strage neonazista in un liceo. Più di recente, a Parma, un gruppo di studenti ha aggredito tre insegnanti, uno dei quali è stato colpito con una cinghia tra le risate collettive.

 

Questi sono solo alcuni dei fatti di cronaca che negli ultimi tempi hanno occupato le pagine dei giornali, le piattaforme social e il dibattito pubblico, contribuendo a rafforzare l’allarme sociale e la percezione di una violenza giovanile sempre più diffusa e inaudita. Espressioni come “baby gang” e “maranza” hanno generato una forte risonanza emotiva e orientato interventi normativi sul disagio giovanile e sulla sicurezza urbana in chiave prevalentemente punitiva, a discapito di approcci preventivi ed educativi rivolti ai minorenni coinvolti.

Con il cosiddetto Decreto Caivano (Decreto-legge 123/2023, convertito con modificazioni con Legge 159/2023) sono state inasprite le sanzioni penali e i massimi edittali di pena per alcuni reati, è stata ampliata l’applicazione della custodia cautelare ai minorenni autori di reato, precluso l’accesso a misure alternative al carcere per alcune fattispecie di reato, nonché esteso il DASPO urbano ai minori ultraquattordicenni.

 

Il Decreto sicurezza 2025 (Decreto-legge 48/2025, convertito dalla Legge 80/2025) e il Decreto-legge sulla Sicurezza approvato il 5 febbraio 2026 hanno introdotto un ulteriore pacchetto di norme riguardanti ordine pubblico, sicurezza urbana e giustizia penale, ampliando, ad esempio, i reati per i quali è previsto l’ammonimento applicabile dai 12 anni in su, a discapito dei principi educativi e di superiore interesse del soggetto di minore età sanciti dal D.P.R. 448/88 e dall’ordinamento penitenziario minorile nazionale, considerato a lungo un modello di riferimento a livello europeo e internazionale.

 

Nel botta e risposta tra fatti di cronaca e azioni punitive, si rischia però di perdere di vista le ragazze e i ragazzi coinvolti: chi sono? In quali contesti crescono? Quali dinamiche li portano ad agire in modo violento? Perché sempre più spesso girano con un coltello in tasca? Per comprendere le cause e le traiettorie di questo fenomeno è necessaria una lettura più articolata e complessa, capace di andare oltre  gli  allarmismi,  il  clamore  mediatico  e  le  risposte  punitive,  e  che  la  ricerca  (Dis)armati  – Un’indagine sulla violenza giovanile, tra percezione e realtà condotta da Save the Children, in collaborazione con il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, prova a restituire, a partire dai dati.

 

In Italia, il numero di minori in contatto con il sistema di giustizia perché sospettati o autori di reato ha registrato un lieve aumento negli ultimi dieci anni (329 ogni 100 mila abitanti nel 2014 e 363 nel 2023), ma rimane uno dei livelli più bassi nel panorama europeo (nel 2023, in Germania sono 2.237 ogni 100 mila abitanti in Germania, 1.608 in Francia, 2.118 in Austria; dati Eurostat). I dati, forniti dal Servizio Analisi Criminale del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, mostrano tuttavia incrementi significativi del numero di minorenni denunciati o arrestati per il reato di lesioni personali, rapina, minaccia, rissa, omicidio (tentato o consumato) tra il 2014 e il 2024, in particolar modo nell’ultimo quinquennio, segnato dalla crisi pandemica.

I procuratori, i magistrati, gli operatori della giustizia e gli educatori intervistati nel corso dell’indagine non si soffermano tanto sull'incremento del numero di eventi, piuttosto osservano un cambiamento nell’intensità della violenza, che appare sempre più armata: «C’è una disinvoltura spaventosa nell’uso delle armi bianche. Il coltello è diventato un accessorio del quotidiano, quasi un’estensione del corpo per questi ragazzi. Non c’è più la percezione del limite tra la minaccia e l’atto di affondare la lama», sostiene il procuratore di Milano Luca Villa.

 

Cambiano anche le modalità: l’agito violento si caratterizza per una crescente efferatezza, gratuità e apparente insensatezza. Spesso la giustificazione è quella della paura che porta all’esigenza di proteggersi, di incutere timore a propria volta, di armarsi, con il rischio di alimentare una escalation di violenza, dove alcol e sostanze psicoattive, facilmente reperibili sul mercato a prezzi accessibili, fungono da moltiplicatori, rendendo la violenza sproporzionata.

 

Non di rado questi comportamenti si sviluppano in gruppo, in aggregazioni a geometria variabile, che si compongono e scompongono rapidamente, eccetto laddove la criminalità organizzata fa da catalizzatore. In adolescenza, far parte di un gruppo risponde a un bisogno identitario, di appartenenza e riconoscimento sociale, che porta frequentemente all’emulazione o al coinvolgimento in comportamenti violenti, creando una contrapposizione tra “noi” e “loro”.

 

Numerosi studi evidenziano come diversi fattori individuali, familiari e sociali possono rappresentare fattori di rischio rispetto all’adesione a “bande” giovanili, come il senso di insicurezza del quartiere, l’insuccesso scolastico, il coinvolgimento di membri della famiglia in attività criminali, l’uso di sostanze, condizioni di svantaggio sociale o mancanza di risorse. Abiti alla moda, scarpe firmate, l’ultimo modello di smartphone diventano così il bottino di rapine e aggressioni guidate da un senso di ingiustizia: le azioni criminali agite da ragazzi che vivono nella marginalità sono concepite come l’unico modo per ottenere uno status al quale non potrebbero accedere altrimenti.

 

Eppure, di fronte a questa violenza che appare sempre più “armata”, questi ragazzi, spesso giovanissimi, appaiono “disarmati”, attraversati da fragilità emotive e psicologiche, vuoti affettivi ed educativi, assenza di opportunità o alternative. Esprimono il disagio di una generazione che respira paura, solitudine, in molti casi violenza all’interno delle mura domestiche, così come al di fuori, in questo mondo che loro stessi definiscono come pericoloso, imprevedibile, segnato da violenza e conflitti, un mondo da cui difendersi.

 

La violenza diventa così un mezzo espressivo, di prestazione sociale e reputazionale, una richiesta di riconoscimento, di ascolto, che nasconde fragilità più complesse. Gli operatori e gli psicologi intervistati descrivono ragazzi che faticano a nominare e gestire le proprie emozioni, che sembrano anestetizzati, non in grado di riconoscere il proprio valore e quello dell’altro, incapaci di percepire i confini e le conseguenze delle azioni. Nei racconti dei giovani intervistati ritorna spesso la ricerca di quel momento di adrenalina che ti fa “essere qualcuno”, che ti fa sentire vivo. Un ragazzo in carico ai Servizi della giustizia minorile, racconta che, appena sedicenne, l’atto di tenere una pistola in mano lo «ha fatto sentire, come dire, immortale… troppo potente. Mi dava il potere in mano, è come se non avevo paura di niente, di nessuno, non mi interessava. Io potevo andare contro tutti quanti».

 

In questa ricerca del sé, i social media fanno da amplificatore della violenza: non solo fungono da mezzi operativi per organizzare scontri, diffondere minacce, costruire alleanze e rivalità, ma si rivelano anche spazi di visibilità che rispondono al bisogno di apparire.

 

Un ruolo lo ha giocato pure la pandemia che ha inciso sullo sviluppo dell’io, anche in relazione agli altri, dando spazio all’aggressività, alla rabbia, alla frustrazione che esplodono in agiti violenti in mancanza di fattori di protezione – familiari e sociali – in grado di intervenire. Famiglie, scuola e istituzioni hanno perso di legittimità e vengono percepite come punti di riferimento assenti o incoerenti, senza le risorse per poter prendere in carico le fragilità dei giovani. «Mancano continuità educativa, ascolto e qualcuno che li accompagni davvero quando chiedono aiuto», sottolinea la magistrata Gemma Tuccillo, intervistata per l’indagine. Spesso l’ascolto arriva troppo tardi, quando i ragazzi entrano in contatto con i Servizi della giustizia minorile.

 

Serve dunque lavorare in via preventiva, con politiche integrate e investimenti nella scuola, nei servizi sociali, in spazi di aggregazione, educativa, di strada, servizi di sostegno psicologico, riconoscendo la responsabilità collettiva e superando le risposte punitive che perdono di vista la complessità e i diritti di bambini, bambine e adolescenti.

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