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Pila di libri

La Verità,
una storia di disavventure



 

Umberto Galimberti riflette 

sul significato della verità 

nel pensiero filosofico. 

Un piccolo libro 

per un grande orizzonte.

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Podcaster, già Segretario Generale 

CISL Scuola Lazio 

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Se avessimo avuto la possibilità di dare un suggerimento per il titolo dell’ultimo libro di Galimberti, Le disavventure della verità (che è – sì – un piccolo libro, ma anche, in modo evidente, il risultato di grandi letture) avremmo indicato Storia della verità, sulla falsariga dei libri di Jorge Luis Borges, da Storia della notte a Storia dell’eternità, a Storia dell’infamia.

Beninteso, tale scelta non sarebbe stata meramente estetica, cioè basata sulla suggestione di un’assonanza e sulla fascinazione che il grande poeta argentino è sempre in grado di suscitare. Il fatto è che Galimberti ha condensato in poche pagine, per di più di formato realmente tascabile, una vera e propria storia della verità, il che, per un filosofo, non è propriamente una banalità, poiché la ricerca della verità è il fine precipuo della filosofia.

Il potenziale lettore deve subito essere avvertito del fatto che questa storia della verità non è comunque una ricerca fine a sé stessa, una mera vicenda intellettuale, sostanzialmente priva di implicazioni concrete. Esattamente al contrario, quello di Galimberti è un libro motivato da una vera e propria urgenza politica e culturale.

Il filosofo ci avverte sin dalle prime righe che viviamo in una fase storica nella quale ciò che conta sono solo i rapporti di forza. Aggiungiamo noi che la cronaca politica quotidiana lo conferma. Agli osservatori più attenti non sarà sfuggito che le pulsioni aggressive nelle relazioni internazionali non sono il semplice risultato degli istinti fuori controllo di chi ha responsabilità di governo. Il documento strategico del presidente Trump per il 2025 (il National Security Strategy 2025), pubblicato sul sito della Casa Bianca afferma in modo lapidario che la forza è il miglior deterrente (Strength is the best deterrent). I paesi e gli altri soggetti che intendessero minacciare gli interessi americani non lo faranno se saranno sufficientemente dissuasi (Countries or other actors sufficiently deterred from threatening American interests will not do so).

De-terrere – è bene ricordarlo – è una parola nella quale il prefisso de indica allontanamento e il verbo terrere significa terrorizzare, spaventare. E non si tratta, del tutto ovviamente, di una prerogativa americana o trumpiana. Ciò che vediamo apertamente teorizzato sul sito Casa Bianca, è praticato, magari con qualche ipocrisia in più, anche dalle altre grandi potenze mondiali, in maniera tanto evidente da poterci ritenere esentati dal doverlo comprovare con ulteriori esempi.

Il filosofo ha quindi ben ragione di denunciare la deriva che i fatti hanno preso. E se la forza torna ad assumere questo rilievo, dice Galimberti, le vittime designate di ciò sono non solo la democrazia e la libertà, ma, prima ancora, la verità stessa, che di entrambe costituisce il presupposto.

Del resto, la verità è stata sin dall’inizio contrastata dalla “persuasione”, che nella nascente democrazia ateniese – paradigma del modello democratico – è stata l’arte propria dei sofisti e dei retori, ispiratori di tutti i successivi populismi della Storia. Ci avverte l’autore che «il populismo è propriamente questo: servirsi della persuasione venduta come verità», tanto più nell’epoca dell’informatica, laddove la complessità del reale viene ridotta a messaggi molto semplici, addirittura a codice binario: zero/uno, sì/no, al massimo “non so”.

Del resto, l’informatica non incide sulla verità solo a causa dell’estrema semplificazione che porta con sé, ma con modifiche assai più profonde, di tipo ontologico. Nella visione di Galimberti, la verità oggi non vive nella vita reale, ma sui media e sui social, i quali, a loro volta, hanno perso la propria funzione di “mediazione”, ossia di uso strumentale al raggiungimento di un fine. Il cacciavite è uno strumento, un mezzo, cioè, per raggiungere il fine per il quale è stato pensato; lo è un’automobile, lo erano (almeno, una volta) anche la televisione e i giornali, che fornivano informazione e conoscenza per lo svolgimento della vita pubblica. Ma gli strumenti informatici della contemporaneità hanno ancora la stessa funzione?

In realtà, oggi gli apparati informatici hanno senso solo se posti in connessione con altri strumenti informatici dello stesso tipo, cioè solo in quanto agiscono in rete, sul web o nel cyberspazio, per un uso, quindi, non meramente individuale. Non ha senso essere l’unico o tra i pochi possessori di uno smartphone; ha senso essere inseriti nella rete che essi costruiscono. Ma, ci avverte Galimberti, superato un certo livello quantitativo, la rappresentazione del mondo diviene essa stessa “il mondo”, non c’è più un mondo «al di là della sua rappresentazione teletrasmessa». Insomma, «oggi il mondo accade perché lo si comunica, e il mondo che comunichiamo è l’unico che abitiamo… Il mondo si risolve nella sua narrazione».

Non si tratta solo di deep fake, post verità o dei tranelli nei quali cadono gli utenti poco avvezzi alle insidie dell’informatica, ma della visione stessa del mondo che forma anche l’opinione delle persone più accorte. Tutta la nostra esperienza viene «rattrappita nella simultaneità e nella puntualità dell’istante, modificando il nostro modo di fare esperienza, avvicinandoci il lontano e allontanandoci il vicino, familiarizzandoci l’estraneo e fornendoci codici virtuali per l’interpretazione del mondo reale». Ecco, allora, che se i “mezzi informatici” plasmano davvero la nostra visione del mondo, è improprio definirli mezzi, ossia meri strumenti che l’uomo utilizza per il raggiungimento dei propri fini, perché i fini con i quali gli strumenti informatici ci pongono in relazione non sono i nostri, ma i loro. La verità viene plasmata dall’algoritmo che decide cosa farci vedere, quali amicizie proporci, come alimentare le nostre convinzioni, e con esse i nostri pregiudizi, che l’algoritmo stesso viene a conoscere osservandoci nell’ombra.

Ma non vogliamo fare torto al lavoro del filosofo: il libro di Galimberti è più di questo. Non si tratta, cioè, solo dell’ennesima denuncia dei pericoli insiti in una tecnologia che ci sfugge, in quanto capace di utilizzare i nostri stessi strumenti e di giocare al nostro stesso gioco. Siamo, piuttosto, di fronte a una cavalcata in sedicesimo nella storia del pensiero filosofico, grazie alla quale ripercorriamo il significato della parola verità nel pensiero greco, in quello ebraico e cristiano, fino alla riduzione della verità a esattezza che ne ha fatto la scienza moderna, con Galileo e Cartesio, e fino ai filosofi del sospetto – Marx, Freud e Nietzsche – che mettono in evidenza i limiti del nostro approccio alla conoscenza della verità.

L’ultimo capitolo del libro è, invece, dedicato al tema della tecnica, snodo cruciale, dopo la riflessione di Heidegger, del pensiero filosofico europeo; tema con il quale si è confrontata la filosofia italiana nel Novecento e oltre, da Severino allo stesso Galimberti, passando per gli altri nomi illustri del pensiero filosofico italiano contemporaneo.

Che cos’è, dunque, la tecnica? La tecnica è l’ultima incarnazione della verità, la sua riduzione a efficacia (capacità di realizzare un fine) e a efficienza (il fine realizzato con il minimo dei mezzi).

Ebbene, la disponibilità di strumenti tecnici è ormai divenuta talmente abbondante da determinare un’inversione del rapporto mezzi-fine. La tecnica non è più uno strumento per il raggiungimento dei fini umani ma, al contrario, è ormai divenuto razionale porsi solo finalità per cui esiste uno strumento tecnico di realizzazione. È la tecnica (braccio armato della scienza) a determinare i fini, senza però che da questo derivi un orizzonte di senso, che non può scaturire dal semplice accumulo di dati e informazioni.

Questa è, perciò, l’ultima incarnazione della verità: la verità come efficacia, è vero quello che funziona. Come disse Heidegger in una intervista del 1966 a Der Spiegel, riportata da Galimberti: «Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare, e che la Tecnica strappa e sradica sempre più l’uomo dalla Terra».

In questo scenario, una riflessione finale appare necessaria in una pubblicazione rivolta a chi costruisce quotidianamente un rapporto didattico con le nuove generazioni. Se il mondo della tecnica riconosce come "vero" solo ciò che è produttivo, efficiente e misurabile, alla Scuola spetta il compito più difficile e sovversivo: rimanere lo spazio in cui i ragazzi imparano a cercare non ciò che semplicemente funziona, ma ciò che genera significato.

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