Nazionalismi e sovranismi
nella storia d'Europa
L’articolo si propone di ripercorrere sinteticamente i principali ostacoli
che i nazionalismi e i sovranismi
hanno posto alla creazione
di una comunità europea,
dal primo progetto di Briand
negli anni Trenta del Novecento
fino a oggi, evidenziando anche
gli elementi che consentono
di guardare con ottimismo
a un rafforzamento della
comune famiglia europea.

Professore associato di Storia Contemporanea
e Storia dell’opinione pubblica europea
all'Università “L'Orientale” di Napoli

Fin dai primi tentativi di creare progetti federativi europei, le crisi economiche globali hanno svolto un ruolo rilevante nel suscitare sentimenti nazionalistici di opposizione a un rafforzamento dell’interdipendenza statale europea, alimentando paure e diffidenze nei confronti della cessione di porzioni di sovranità nazionale da parte degli stati nazione europei.
La crisi del 1929, ad esempio, fu determinante nel frantumare il progetto federativo europeo sottoposto, nel 1930, da Briand alla Società delle Nazioni. Contribuirono anche altri elementi a impedire la realizzazione di quel piano: l’intrinseca debolezza del piano stesso, il coinvolgimento della Società delle Nazioni, i fascismi europei che facevano del dominio e non della cooperazione la cifra distintiva della loro politica estera. Tuttavia la crisi del 1929 fu decisiva nel determinare l’egoistico ripiegamento su sé stessi degli stati nazione europei che reagirono a essa adottando politiche protezionistiche e autarchiche che indebolirono la cooperazione commerciale fra i Paesi europei, contribuendo all’affossamento del progetto federativo di Briand.
Insomma, la cifra distintiva antifederalista degli anni Trenta si innestava e prosperava all’interno di una dominante, condivisa e trasversale cultura nazionalista che avrebbe condotto alla catastrofe della seconda guerra mondiale. Solo quella tragedia di proporzioni mai viste prima mise in crisi la fede dei cittadini europei nella cultura nazionalista – che aveva dominato il Vecchio continente a partire dalla seconda metà dell’Ottocento – rendendo possibile e auspicabile elaborare concretamente il progetto di una Unione europea. Un progetto che vide il sostegno, interessato ma determinato, degli Stati Uniti anche attraverso il finanziamento del Piano Marshall.
La costruzione di un’Europa più unita e interdipendente è iniziata, come è noto, dalla cooperazione economica tra alcuni stati europei, un passaggio che la crisi del 1929 aveva reso impossibile: CECA (1951), CEE (1957).
La crisi politica generata nel 1954 dal voto contrario del Parlamento francese al progetto di Comunità Europa di Difesa (CED), tema recentemente tornato all’attenzione delle opinioni pubbliche europee, non fu in grado di fermare il processo di consolidamento delle comuni istituzioni europee. Tuttavia, rappresentò il primo, significativo e divisivo rigurgito nazionalistico contro il processo di costruzione di un’ Europa unita non solo dal punto di vista economico ma anche da quello politico. Per la prima volta dopo la fine della guerra, il passato tornava a inquinare il futuro dell’Europa.
Ancora una volta fu la paura a ispirare il ripiegamento su sé stessa di una parte della politica e dell’opinione pubblica francese. Era stata, infatti, la paura del riarmo della Germania Ovest, seppure all’interno della CED, a determinare il voto contrario del Parlamento francese a quella proposta, nata, qualche anno prima, in parte in altro contesto politico, sempre in Francia, con il piano Pleven. I conflitti e i sospetti francesi nei confronti dei tedeschi, venivano, d’altra parte, da molto lontano, dalla guerra franco-prussiana del 1870, e si erano nutriti e alimentati dell’odio reciproco in ben due guerre mondiali.
Quella crisi politica non impedì che l’Unione europea proseguisse il suo cammino. Ne furono testimonianza le prime elezioni europee del 1979, in cui i cittadini furono chiamati a eleggere direttamente i membri del Parlamento europeo, il Trattato di Maastricht (1992), Schengen (1995) e l’introduzione dell’ Euro (1999-2002).
La crisi economica globale del 2007-2008 ha avuto un ruolo decisivo nell’alimentare nuove pulsioni sovraniste che hanno rivendicato il diritto degli Stati nazione a decidere, in ambito politico ed economico, fuori e, non infrequentemente, contro le istituzioni e le politiche dell’Unione europea.
In particolare, le politiche economiche di austerità messe in atto dalla Commissione europea e dalla Banca centrale europea nei confronti degli Stati dell’Unione europea con un rilevante e crescente debito pubblico hanno determinato un allargamento del fronte sovranista, ben visibile nella fine del monopolio delle destre europee nella promozione di ideologie e politiche sovraniste. L’incarnazione più evidente di questa nuova tendenza sovranista progressista è stata quintessenzialmente rappresentata da Wolfgang Streek che, in nome di processi più autenticamente democratici, nel 2012, attraverso una critica del neoliberismo, è giunto a ritenere necessario l’interruzione del processo di integrazione economica europea, rivendicando maggiori quote di sovranità nazionale per ciascun Paese membro sulle proprie scelte di politica monetaria.
Tuttavia, la manifestazione sovranista senza ombra di dubbio più clamorosa e incisiva è stata l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea con il referendum del 2016. Le radici sovraniste di una parte non irrilevante della classe dirigente inglese erano, d’altra parte, profonde. La posizione inglese rispetto a una eventuale federazione europea era stata già chiaramente espressa da Churchill ai tempi del piano Briand, quando aveva affermato che «We are with Europe, but not of it». Non casualmente, dunque, il Regno Unito era entrato a far parte dell’Unione europea soltanto nel 1973.
Alle consistenti pulsioni sovraniste che hanno portato all’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea fanno da contraltare i numerosi Paesi dell’Europa orientale che, a partire dal 2004, hanno fatto il loro ingresso nella comune famiglia europea. Uno degli ultimi Paesi ad aver proposto la sua candidatura è stata l’Ucraina, nel febbraio del 2022, pochi giorni dopo essere stata ingiustificatamente aggredita dalla Russia. La guerra russo-ucraina, inoltre, pur tra molte difficoltà, ha visto emergere la cosiddetta “coalizione dei volenterosi” all’interno della quale, pur tra posizioni anche diverse, non solo si è iniziata a elaborare una politica estera europea condivisa nei confronti dell’Ucraina, ma è stato posto nuovamente al centro del dibattito pubblico il tema della creazione di un esercito europeo.
Il nazionalismo russo di Putin, infatti, non tollerando l’idea che l’Ucraina abbia scelto di unirsi all’Unione europea e non alla Russia è tornato a minacciare i Paesi membri della comunità europea. Il recente lancio di droni da parte della Russia in Romania ripropone, con una certa urgenza, la necessità di una difesa comune europea, ulteriormente sollecitata dal nazionalismo statunitense e dalle politiche anti-europee del presidente Trump.
Per la prima volta nella storia europea, i nazionalismi fuori dall’Unione europea – Russia e Stati Uniti – sembrano più aggressivi di quelli intraeuropei e per questa ragione potrebbero stimolare e rendere più necessaria una maggiore coesione europea. L’Unione, infatti, se sta perdendo – o ha già perso – il suo alleato storico, gli Stati Uniti, è ormai priva di tutele esterne e più libera di determinare il proprio futuro.



