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• Davide Grippa
   Nazionalismi e sovranismi nella storia d'Europa


• Stefano Palermo   
   Nelle radici dell'Europa
 
 le risposte sulle sfide del presente

Ulderico Sbarra
   The Future


 

Nelle radici dell'Europa
le risposte sulle sfide
del presente



 

L’Europa è chiamata ad affrontare 

nuove sfide, dense di problemi 

e opportunità. Ripercorrere la storia dell’Unione, rileggendo le caratteristiche

di un modello di sviluppo che è stato 

in grado di coniugare crescita economica

e redistribuzione sociale è quanto mai utile per rispondere alle domande 

del tempo presente.

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Professore Ordinario di Storia Economica,

Sapienza Università di Roma

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Il 9 maggio 1950, il ministro degli esteri francese Robert Schuman propose la creazione di un’alta autorità per il controllo comune tra Francia e Germania del carbone e dell’acciaio, aperta all’adesione di altri Paesi. Non un atto formale, ma un vero cambio di passo rispetto al passato di un continente che aveva secolarmente visto le due grandi potenze scontrarsi per il possesso di quelle risorse e, soprattutto, era appena uscito dalle guerre del Novecento: «La pace mondiale – affermava Schuman – non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un'Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche».

 

A oltre ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale rileggere queste parole aiuta a comprendere il senso di un percorso comune – sicuramente difficile e accidentato, ma carico di successi – e la lunga eredità che da allora arriva fino al nostro tempo presente.

L’Europa nella quale oggi viviamo nasce al termine di un conflitto straordinariamente vasto ed espressione di idee diverse di civiltà: le potenze dell’Asse, mosse da una ideologia di prevaricazione e annientamento dell’“altro”, e le democrazie occidentali – temporaneamente alleate con l’Unione Sovietica – che difendono un’idea di società aperta, in cui la libertà e il rispetto dei diritti sono precondizione irrinunciabile per la crescita e il benessere di tutta la società.

 

A partire da questa lettura si comprende meglio la scommessa che si compie in Europa all’indomani della vittoria sul nazifascismo. Alla base vi è un’alleanza con gli Stati Uniti – un ponte sull’Atlantico – costruito già durante il conflitto e poi rafforzato con le scelte economiche (il Piano Marshall) e politico-militari                  (la NATO) del dopoguerra. Un’infrastruttura inedita, basata su una precisa scelta strategica degli Stati Uniti di supporto all’Europa, sulla costruzione di un multilateralismo politico ed economico (l’Onu, Bretton Woods, ecc.) e sulla convenienza reciproca tra americani ed europei sotto il profilo economico, sociale, culturale.

 

In un contesto segnato dalla contrapposizione della guerra fredda, lo sviluppo economico dell’Europa occidentale del secondo Novecento è stato così caratterizzato da una sostenuta crescita del PIL in un contesto di cooperazione internazionale, garantendo decenni di pace ininterrotta. Lo ha ricordato anche Mario Draghi, ad Aquisgrana a maggio 2026: «Dopo le catastrofi della prima metà del Novecento, gli europei stabilirono che nessuno Stato membro avrebbe dominato sugli altri. Crearono invece un modello di governance diverso, condiviso e diffuso. […] I risultati di quel sistema sono stati straordinari. La pace su un continente un tempo definito dalla guerra. Il ritorno di nazioni che avevano trascorso generazioni dietro la Cortina di Ferro in una comunità di popoli liberi. […] La libertà di muoversi attraverso confini che per secoli avevano diviso gli europei gli uni dagli altri».

 

Certo, si è trattato di un percorso articolato, in cui non sono mancati momenti di continuità o discontinuità, così come battute di arresto alternate a fasi di accelerazione del processo di integrazione. Lo stesso Schuman lo aveva sottolineato nel 1950 («L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto»); e del resto, come è stato ricordato dallo storico Umberto Gentiloni, la storia dell’Unione è figlia anche di una tensione continua, quasi sottotraccia, tra un approccio di tipo “utopistico”, legato alla volontà di costruire un futuro di pace e solidarietà tra i popoli e gli Stati come definito nel Manifesto di Ventotene di Rossi e Spinelli, e uno “funzionalista”, là dove la cooperazione è espressione dell’“utilità” derivante dal condividere percorsi e strumenti di crescita economica.

 

All’interno di questa complessità, permane comunque un tratto unificante che segna la vicenda europea dalla nascita della CECA del 1951 a oggi: democrazia, pace, sviluppo economico e redistribuzione del benessere rappresentano elementi così correlati tra loro da diventare vere e proprie direttrici intorno alle quali si è definita l’identità stessa dell’UE.

 

Malgrado le differenze presenti tra i diversi Paesi membri, elemento qualificante e unificante è stato proprio l’essere riusciti a coniugare – almeno per un lungo periodo – lo sviluppo economico con politiche di welfare e di redistribuzione che ancora oggi, malgrado le difficoltà di tenuta di molti bilanci pubblici, rappresentano il tratto distintivo del modello liberale assunto dall’UE. Un bene da salvaguardare, frutto di scelte precise.

 

Negli anni della cosiddetta golden age dell’economia mondiale, tra il 1950 e il 1973, la straordinaria crescita dell’Europa occidentale contribuisce, infatti, a modificare i precedenti assetti sociali e produttivi, mentre in diversi Paesi l’intervento dello Stato è teso anche a comporre diseguaglianze sociali e territoriali. È questa l’occasione per coniugare, forse per la prima volta in molti contesti, crescita economica, diritti sociali e diritti civili. È uno sviluppo che modifica abitudini consolidate, relazioni interpersonali, rapporti tra generi e generazioni. Le serie dello Human Development Index, uno degli indicatori più utilizzati – per quanto soggetto a critiche e revisioni – per comparare il livello del benessere, evidenziano la rincorsa compiuta dall’Europa in questi anni; Thomas Picketty ha poi rilevato come tra il 1950 e il 1960 si sarebbe registrato uno dei momenti di principale convergenza dei redditi nel sistema economico occidentale.

 

Questo andamento – rappresentato anche dalle variazioni del tasso di crescita media annuale del PIL che vedono l’Europa di questi anni spesso superare gli Stati Uniti – conosce un significativo rallentamento a partire dagli anni Ottanta del   Novecento: l’ingresso di nuovi competitor nell’economia internazionale dopo il crollo del muro di Berlino, la prima rivoluzione informatica legata alla nascita di Internet e della new economy e la riduzione dei controlli su mercati e strumenti finanziari (il neoliberismo) se da un lato offrono nuove opportunità per settori, popolazioni e territori prima esclusi, allo stesso tempo rimettono in discussione modelli e assetti economici consolidati nei paesi di più lunga industrializzazione.

 

La necessità di incrementare il tasso di competitività delle imprese, insieme alla minore sostenibilità dei modelli di welfare tipici del secondo Novecento, avrebbe portato, secondo alcune letture, a un’accelerazione del processo di spostamento del “rischio” dallo Stato verso i singoli individui, con una ripresa delle diseguaglianze interne ai Paesi più ricchi come ricostruito anche in numerosi rapporti dell’Ocse.

 

L’euro nasce in questa fase della nuova globalizzazione dei primi anni Novanta, nello spazio politico-economico offerto dalla fine della guerra fredda, nel pieno della riunificazione tedesca e dell’ingresso di nuovi Stati ex comunisti nell’Unione. Una fase destinata dopo poco più di un decennio a lasciare spazio a un passaggio differente, caratterizzato da quella che Baldwin e altri studiosi hanno chiamato la “nuova convergenza” tra Occidente e Oriente, segnata da una perdita di competitività e di quote di mercato dei Paesi tradizionalmente più avanzati del G7 a favore di quelli asiatici in particolare. Un ruolo essenziale lo gioca dai primi anni Dieci anche la rivoluzione digitale che, applicandosi tanto ai modelli di produzione che di consumo, modifica sia i rapporti internazionali della catena del valore, sia modelli di vita e di lavoro; un percorso tutt’altro che finito come dimostrano le nuove opportunità – e i nuovi rischi – dell’Intelligenza artificiale.

 

Tali cambiamenti producono in Europa effetti differenziati, anche a partire dai diversi contesti nazionali. Tuttavia, qui un punto essenziale, è forse corretto dire che se da un lato anche l’UE assume la necessità di avviare processi di riorganizzazione industriale e liberalizzazioni funzionali a garantire una maggiore competitività nei mercati mondiali, dall’altro rimane ancora solido l’ancoraggio a quella tradizione di rispetto di diritti e della coesione sociale sopra accennata.

 

Si spiegano così meglio, ad esempio, la contrapposizione oggi in corso tra Unione e Stati Uniti sulla regolamentazione delle grandi società digitali o ancora la risposta fornita dall’UE alla crisi del Covid-19 che ha fornito assistenza sanitaria e vaccini gratuiti a tutti i cittadini e ha portato a politiche fiscali espansive garantite, per la prima volta, dal debito comune. È in questo contesto che si collocano le sfide oggi di fronte all’economia e alle società europee: quale collocazione è possibile per l’Unione in questa nuova “globalizzazione arcipelago”, nella quale si manifestano segnali di riorganizzazione di alcune grandi aree geoeconomiche coese al proprio interno e più o meno aperte al dialogo con le altre? Come rimanere competitivi in un mondo che cambia rapidamente assetti, mantenendo allo stesso tempo questi tratti peculiari del modello europeo: pace, democrazia, coesione sociale?

 

Questo lo scenario che l’UE ha di fronte e in cui si collocano i ragionamenti sui rapporti futuri con gli Stati Uniti, la Cina e le altre potenze o il rifiuto dell’aggregazione russa all’Ucraina non solo quale attentato ai cittadini e alla sovranità di quel paese, ma anche come sfida a quel modello europeo – basato su welfare, regole, diritti – che le autocrazie certo non amano. Sono temi complessi, ai quali per poter trovare una risposta può essere utile tornare a guardare alla nostra storia dal dopoguerra in avanti; non tanto per trovare le soluzioni, per definizioni mutevoli nelle varie epoche e fasi storiche, ma per farci le domande giuste.

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