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adolescenti

Regole che educano
La scuola di fronte alla fragilità dell'adolescenza

Tra allarme sociale e nuovi bisogni di ascolto,

il dibattito sull’adolescenza oscilla

tra inasprimento delle sanzioni

e prevenzione educativa.

In questo scenario, la scuola è chiamata

a ridefinire il senso della regola,

assumendo una postura professionale

capace di promuovere

responsabilità e crescita.

Ex Direttrice didattica, Dirigente tecnico

con funzione di Dirigente USR Umbria

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Adolescenza: chi sei e a quale stagione dell’uomo appartieni?

 

Quali sono i tuoi sogni, i tuoi incubi, le domande che poni alla vita? Da dove scaturisce quella rabbia improvvisa o repressa che esplode, così intensa e difficile da governare? A chi ti affidi nell’affrontare i cambiamenti e il conflitto tra autonomia e dipendenza? A chi chiedi di ascoltarti senza giudicarti? E quali sono i modelli, gli ancoraggi o le rotture di equilibrio che insegui in un mondo dai cambiamenti repentini e incapace di offrire modelli etici e direzioni di senso comprensibili?

 

Interrogativi che da sempre appartengono alla riflessione filosofica e a quella psicologica, ma che oggi interpellano con urgenza anche la scuola e la società. Infatti, come mai finora, alla consolidata considerazione che l’adolescenza è, per sua natura, stagione di cambiamenti e di instabilità deve corrispondere una società capace di dare risposte e di accompagnare, sostenere, orientare per evitare il rischio che l’instabilità generata dalla trasformazione si traduca in caduta.

Negli ultimi anni, l’adolescenza è tornata con forza al centro del dibattito pubblico, politico e mediatico. Episodi di violenza tra pari, aggressioni fisiche con esiti tragici, atti violenti nei confronti del personale scolastico, reati che violano la dignità e il rispetto delle persone, fenomeni di bullismo e cyberbullismo insieme a fragilità emotive e disorientamento sempre più evidenti dentro e fuori le scuole, alimentano una narrazione spesso oscillante tra allarme sociale e richiesta di controllo: il tutto enfatizzato dai media che amplificando determinanti fatti di cronaca generano un diffuso senso di insicurezza.

 

È proprio dentro questa oscillazione che si gioca una questione decisiva: quale idea di educazione orienta oggi le risposte normative e le pratiche scolastiche? E, soprattutto, quale ruolo si riconosce alla scuola nell’accompagnare una delle fasi più complesse e decisive dell’esperienza umana? Serve una scuola più punitiva o maggiormente responsabilizzante?

 

Il nodo del dibattito è proprio qui: l’idea che i comportamenti problematici degli adolescenti richiedano, prima di tutto, un inasprimento delle regole. È una tentazione ricorrente, tanto più forte quanto più la scuola si trova esposta a episodi di conflittualità, di violenza, di rottura del patto educativo.

Eppure, dalle norme emanate fin dalla fine degli anni ’90 emergeva una direzione diversa, meno immediata ma più profonda: non una scuola più punitiva, ma una scuola più consapevole del proprio compito educativo.

 

Il riferimento principale, segnando in questo senso un passaggio decisivo, è il D.P.R. 24 giugno 1998, n. 249, recante lo Statuto delle studentesse e degli studenti, successivamente modificato dal D.P.R. 235/2007 che introdusse il Patto educativo di corresponsabilità per impegnare scuole, studenti e famiglie a condividere diritti e doveri per una migliore convivenza.

 

L’elemento più significativo rappresentato dal documento normativo non riguarda soltanto il riconoscimento dei diritti degli studenti, ma il significato stesso della sanzione disciplinare: non punizione, bensì responsabilizzazione. I provvedimenti disciplinari hanno finalità educativa e tendono al rafforzamento del senso di responsabilità ed al ripristino di rapporti corretti all'interno della comunità scolastica, nonché al recupero dello studente attraverso attività di natura sociale, culturale ed in generale a vantaggio della comunità scolastica. La sanzione è legittima solo se proporzionata, temporanea e orientata, ove possibile, alla riparazione del danno. È un cambio di paradigma che sposta il baricentro: dalla gestione del comportamento alla costruzione del soggetto.

 

Le norme più recenti, al contrario, spesso emanate sull’onda di episodi di cronaca che pur nella loro gravità rappresentano comunque fenomeni circoscritti, oscillano tra l’inasprimento dei provvedimenti disciplinari e la prevenzione educativa in termini di attenzione al benessere psicologico per intercettare eventuali segnali di rischio.

Le iniziative avviate negli ultimi anni, in particolare a seguito della pandemia, hanno confermato quanto sia profondo negli adolescenti il bisogno di ascolto e di supporto. Tuttavia, la loro attuazione è frammentaria e manca ancora una strategia in grado di trasformare i progetti in servizi ovunque stabili e garantiti.

 

Le Linee guida per l’orientamento (D.M. 328/2022), tendono a dare una risposta in termini di attenzione e cura, proponendo una visione integrata della persona che tiene insieme dimensione cognitiva, emotiva e progettuale. In tale orizzonte, la scuola non è soltanto luogo di trasmissione dei saperi, ma un contesto ove si prende consapevolezza dei propri limiti e delle proprie fragilità, imparando ad affrontarli per elaborare il personale progetto di vita.

E poi però interventi come la legge n. 159 del 2023 (conversione del cosiddetto “decreto Caivano”) introducono una più incisiva risposta sanzionatoria.

 

La legge 70/2024, che aggiorna e potenzia la legge 71/2017 in materia di prevenzione e contrasto del bullismo e cyberbullismo, al contrario, costruisce un modello di intervento che non si limita alla repressione del fenomeno, ma promuove azioni di prevenzione, individuazione precoce e responsabilizzazione. È previsto il coinvolgimento attivo della scuola, delle famiglie e degli stessi servizi territoriali.

E però qualche mese dopo – ottobre 2024 – la legge 150 di revisione della disciplina in materia di valutazione delle studentesse e degli studenti e di tutela dell'autorevolezza del personale scolastico, introduce criteri più stringenti per la bocciatura legata alla condotta. E poi arriva il D.P.R. 134/2025 che, modificando ulteriormente il D.P.R. 249/98, riafferma come la risposta istituzionale al disagio adolescenziale non possa esaurirsi nella sanzione. La norma riconosce esplicitamente alla scuola una funzione di prevenzione e di accompagnamento, ridefinendo il confine tra disciplina e responsabilità educativa prevedendo sia attività di approfondimento sulle conseguenze dei comportamenti che hanno determinato il provvedimento disciplinare, sia attività di cittadinanza attiva e solidale.

 

Il veloce excursus delinea un panorama legislativo molto frammentato e talvolta contraddittorio: spinte in direzioni diverse alla ricerca di un equilibrio, ancora difficile da trovare, tra funzione punitiva e responsabilità pedagogica.

 

Le norme, tuttavia, non “risolvono” il disagio adolescenziale. Possono orientare, indicare priorità, definire cornici. Ma restano dispositivi potenziali, la cui efficacia dipende dalla capacità delle istituzioni scolastiche di tradurle in pratiche coerenti e dalla disponibilità degli adulti ad interrogarsi e ad interrogare il proprio ruolo. È qui che la questione dell’adolescenza incontra quella della professionalità docente.

 

Una scuola che assume fino in fondo il paradigma della prevenzione non è semplicemente una scuola che attiva progetti o introduce nuove figure. È una scuola che accetta di modificare la propria postura professionale: dal controllo alla relazione, dalla reazione all’anticipazione, dalla norma come vincolo alla norma come cornice di senso. Questo passaggio non è neutro. Richiede competenze, tempo, formazione. Ma richiede anche una scelta culturale: riconoscere che il disagio non è un incidente esterno al processo educativo, bensì una delle forme attraverso cui gli adolescenti esprimono il proprio rapporto con il mondo.

 

In questa prospettiva, l’alleanza con le famiglie e con il territorio, più volte richiamata nei documenti di indirizzo, non può essere ridotta a formula retorica. È una condizione operativa per evitare che la scuola resti sola a gestire problemi che sono, per loro natura, complessi e sistemici. È qui che si misura, ancora una volta, la responsabilità degli adulti e delle istituzioni: non nel moltiplicare le regole, ma nel renderle capaci di educare. Perché, come ci ricorda Hannah Arendt, educare significa assumersi la responsabilità del mondo così com’è, senza rinunciare a consegnarlo, un po’ migliore, a chi viene dopo.

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