adolescenti
Tra "quasi boomer"
e "forse Z"
Un dialogo alla scoperta dell'adolescenza
Un adulto e un’adolescente cercano insieme di scoprire il continente adolescenziale
che si svela poco a poco solo nel dialogo
tra chi ha già attraversato la terra di mezzo
e chi sta cercando la bussola per orientarsi, ma anche per godersi gli anni
più brillanti della vita.

Docente di Pedagogia presso l’Università
di Milano-Bicocca e lo IusTo di Torino

Studentessa presso il Liceo delle Scienze Umane nell’Istituto A. Greppi di Monticello B.za (LC)


Raffaele Mantegazza, educatore e pedagogista.
Agata Canziani, 18 anni, studentessa del Liceo delle Scienze Umane, opzione Economico Sociale Villa Greppi Monticello B.za (LC).
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R: Agata, devo scrivere un articolo sull’adolescenza… ma io ho sessant’anni, la mia adolescenza è piuttosto lontana. Per cui raccontami tu: che cosa è l’adolescenza?
A: Penso che non si sappia bene qual è l’inizio e la fine di questo periodo, è molto soggettivo. È una specie di quadernetto su cui scrivere, un tempo e uno spazio personale che servono per creare la persona che uno è. Ci sono molte “prime esperienze”, “prime volte”, “prime autonomie” e nuove cose da gestire, anche nuovi temi su cui confrontarsi con i coetanei. A volte la chiamo “adolescema”, perché spesso ti ritrovi in pensieri che non avresti fatto da bambina e non farai da adulto.
R: Spesso sono proprio questi pensieri ad essere i più profondi; è proprio questa terra di mezzo tra infanzia ed età adulta a permettere idee nuove e inedite. Questa idea delle “prime volte” è molto bella; quando è stata la prima volta che ti sei detta “non sono più una bambina”?
A: Per me è la prima volta in cui mi sono resa conto che anche gli adulti hanno le loro fragilità; quando ho visto per la prima volta i miei genitori nella loro vulnerabilità è stato un passaggio importante. Ma ricordo anche alcuni gesti come i primi soldi che ci vengono regalati (dai nonni per esempio), oppure le prime chiavi di casa per quando si torna da scuola da soli.
R: Come si pone un adolescente di fronte alla fragilità di un adulto?
A: Ci si sente disorientati, talvolta si soffre o si scopre un nuovo modo di essere in difficoltà, è un “dispiacere” diverso che ti smuove qualcosa dentro.
R: E cosa tocca fare a un adolescente in questa situazione?
A: Si capisce che occorre ricalibrare alcuni caratteri del rapporto, riconoscere la presenza delle difficoltà dell’adulto, interiorizzare la consapevolezza del fatto che non dobbiamo farci carico dei problemi degli adulti, ma riconoscerli.
R: Ma davanti a un adulto che si mostra fragile, non si prova una forma di insicurezza?
A: Sì, però rimane fermo il punto di riferimento dei genitori e del concetto di casa, hai sempre delle persone o un posto dove tornare; comunque, riflettendo su quei momenti senti gli adulti più vicini a te, capisci che le difficoltà e le fatiche che si vivono a volte sono molto simili.
R: A volte noi adulti abbiamo paura di mostrarci fragili, perché temiamo di destabilizzarvi ulteriormente in un’età così delicata.
A: La questione per noi però non è trovare risposte o soluzioni, perché le questioni “da adulti” se le gestiscono gli adulti, quindi a quell’aspetto ci pensate voi, ma dipende molto dal modo di dire le cose, di mostrarsi fragili. Serve a volte un “filtro” da parte degli adulti per comunicare cose negative, c’è bisogno di cura nella relazione, con riguardo all’altro. Questo vale soprattutto per il ruolo dei genitori, un ruolo fondamentale.
R: L’adolescenza dovrebbe essere un periodo di attesa, ma spesso gli adulti la riempiono di pressioni, causando ansia. Succede molto nella scuola a proposito del rendimento e delle valutazioni. Che cosa provoca questo atteggiamento?
A: C’è spesso un problema con le famiglie e di competizione con i compagni. A volte quello che si teme è l’abbassamento della media che magari si è curata per tutto l’anno; la possibilità del voto “rosso” invece che “verde” porta ansia, anche a partire dal tipo di rapporto con il professore.
R: A volte questo clima porta alle copiature sistematiche; forse però un amico si aiuta maggiormente se lo si invita a casa propria a studiare, non se gli si passa il bigliettino durante la verifica.
A: Questo è un ragionamento adulto, forse un adolescente non vede così in prospettiva; uno dei problemi è che spesso le verifiche non sono pensate per verificare l’apprendimento ma in funzione del voto. A volte si crea o esiste una tale distanza tra noi studenti e gli/le insegnanti che le regole del gioco per cui ci si era accordati non valgono e l’attrito nella relazione alunno-professore aumenta proprio perché i docenti iniziano a giocare a un gioco diverso da quello su cui c’eravamo accordati.
R: Oggi i ragazzi e le ragazze riconoscono nell’adulto medio un modello di riferimento, anche eventualmente per confliggere? Ci sono ancora adulti significativi per un ragazzo o una ragazza?
A: Anzitutto dipende molto dall’ambito, la parola “adulto” è troppo vaga; ci sono ambienti extrascolastici nei quali ci sono adulti che costituiscono un buon esempio per noi; a scuola l’insegnante può diventare un punto di riferimento. Non è un caso generale, ma capita di trovare l’insegnante con il/la quale confidarsi, che trasmette sicurezza, fiducia.
R: Quali caratteristiche dovrebbe avere questo tipo di insegnante?
A: Dovrebbe saper ascoltare, lasciar parlare i ragazzi, approcciarli come giovani adulti e non come bambini; un insegnante che si mostra fragile quando è il caso, anche parlando di sé (nei limiti della privacy) per avvicinarsi ai ragazzi. Penso che le lezioni frontali siano un limite quando non c’è un collegamento con l’attualità, con la vita dei ragazzi, con i nuovi strumenti a disposizione.
R: Passiamo al tema del genere: ragazzi e ragazze vivono l’adolescenza in maniera diversa? Esistono due adolescenze diverse, una al maschile e una al femminile?
A: Secondo me sì. La ragazza impara a prendersi cura di sé e del proprio corpo a partire dalle prime mestruazioni, la ciclicità ormonale diventa importante. Si vivono gli sbalzi di umore che un ragazzo non prova nello stesso modo e, per chi lo vive, anche il tema dei peli, io penso che incida significativamente.
R: Per il maschio è tutto un po’ più nascosto, è più legato alla dimensione del segreto; si parla delle mestruazioni ma un maschio non parlerebbe mai in pubblico della sua prima polluzione.
A: Sì, è vero. C’è anche il problema del patriarcato, che permane ancora oggi, occorrerà un po’ perché possa essere superato. Rimane il costrutto sociale legato ai generi. A scuola a volte ci sono adulti che danno per scontati ruoli di genere che ormai sono superati (o così si spera), e questo è dannoso per l’impatto che hanno questo tipo di influenze.
R: Quando eravamo ragazzi c’era il grande desiderio di diventare adulti, di fare cose da grandi anche rischiando di saltare alcuni processi tipici dell’adolescenza. Oggi i ragazzi vogliono o non vogliono crescere?
A: C’è la paura di diventare grandi per quanto riguarda il mondo del lavoro. Alcuni sanno visualizzarsi adulti magari con figli, per altri non è così facile.
R: Qual è la principale paura rispetto alla crescita? Cosa si teme del diventare grandi?
A: Non sapere se avrò fatto la scelta giusta, se starò bene, se sarò libera, se sarò felice, se avrò la stabilità economica.
R: Ma tra un’occupazione stabile e una gratificante ma precaria cosa si sceglie?
A: Forse la maggioranza sceglierebbe la stabilità.
R: Ma non è una contraddizione di fronte a un futuro che è sempre più precario?
A: No, è comprensibile che la priorità sia avere certezze. C’è chi dice: “Io farei filosofia ma poi cosa vado a fare, posso solo insegnare?!”, è un pensiero lecito, peró penso che nel corso degli anni il lavoro te lo puoi in parte inventare e molte professioni non le conosciamo; non è detto che un corso di studi porti solamente a un unico sbocco.
R: Per chiudere, proviamo a dire cosa vorremmo gli uni dagli altri. Cosa vorresti tu da un adulto?
A: Ascolto e rispetto, una considerazione su pari livelli; e tu cosa vorresti da un ragazzo?
R: Fiducia, credere nel fatto che non tutti gli adulti sono uguali e che i nostri difetti sono legati al fatto che siamo umani come voi.


