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Forme geometriche

GENTE di

SCUOLA

 Elena Arestia
  Dalla parte degli adolescenti


 Andrea Maggi
   Le tre cose da fare per la scuola

   
 

Le tre cose
da fare per la scuola

Ci sono momenti storici in cui il mondo 

della scuola ha bisogno di un cambiamento. Ebbene, questo è il momento 

per un grande cambiamento. 

Cosa cambiare? Come cambiare? 

Le sfide sono ardue. Alcune appaiono difficili, ma proprio per questo è urgente affrontarle, se vogliamo vincerle. E se vogliamo vincerle, dobbiamo essere noi, lavoratori della scuola,

a guidare il cambiamento.

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Docente di Lettere 

nella scuola secondaria di primo grado

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Le sfide del mondo della scuola sono sempre più ardue. Alcune appaiono difficili, quasi impossibili, visto il contesto storico e geopolitico. Ma proprio per questo dobbiamo affrontarle adesso, per vincerle. Le più urgenti sono la sfida della bellezza, quella dell’intelligenza e la terza, urgentissima, è quella della parità.

 

Partiamo dalla prima, la sfida della bellezza. Recentemente i ricercatori del Science Museum Group, il più importante gruppo di musei della scienza e dell'innovazione al mondo, hanno analizzato più di settemila fotografie di beni di uso quotidiano, giungendo alla conclusione che gli oggetti moderni sono diventati più grigi e più squadrati. Oggi più dell’ottanta percento delle nuove auto è di colore bianco, nero, grigio o argento. Così anche l’arredamento delle case. Non si tratta di gusti personali, ma di leggi di mercato. Il design neutro è più facile da produrre, da vendere, da rivendere e da portare su larga scala. Ci è stato imposto e noi ce lo siamo fatto piacere a tal punto da credere di essere stati noi ad aver determinato la tendenza, quando invece è la tendenza ad aver determinato le nostre scelte.

 

Le nostre città sono sempre più grigie, le case sempre più neutre e ciò rende anche noi più grigi e neutri, più monotoni e, dunque, più omologabili e controllabili. Siamo sempre meno curiosi. Si pensa sempre al Medioevo come ai “secoli bui”, ma questo è solo un retaggio del Settecento, quando l’Illuminismo voleva l’età antica e il Rinascimento come le epoche dei lumi, al cui confronto il Medioevo veniva letto come una fase di oscurantismo.

 

In realtà basta osservare i centri storici delle nostre città per renderci conto di quanto le case medievali fossero lontane da ogni grigiore. La mia città, Pordenone, fondata nel 1291, fu definita “urbs picta”, la città colorata. Il colore nel Medioevo era vita, bellezza, varietà, scambio. Lo sviluppo urbanistico di oggi va verso la praticità, non verso la bellezza e l’effetto è che le città, in genere, imbruttiscono. E la bruttezza genera bruttezza. Immersi nel brutto, non possiamo che diventare brutti noi stessi. Le nostre scuole sono brutte. Se nascono e vivono nel bruttume, i giovani finiscono per considerare la bruttezza la normalità e si conformano a essa senza nemmeno rendersene conto.

 

Non è cosa da poco, giacché l’estetica finisce per dettare l’etica.

 

I continui episodi di violenza giovanile di cui ormai leggiamo quotidianamente nella cronaca sono una diretta conseguenza dell’assuefazione giovanile al brutto. E proprio dalla scuola dobbiamo ripartire con una riprogrammazione dell’estetica, e dell’etica, del bello. La scuola fino a oggi non ha mai programmato seriamente un rinascimento estetico. Durante gli anni del boom industriale, la rapida espansione urbana delle nostre città ha penalizzato la bellezza dei luoghi, scuole comprese. Dobbiamo farci i conti una volta per tutte, se vogliamo risolvere la piaga della violenza giovanile, che è una delle manifestazioni del brutto.

 

Per non parlare dei suoi corollari altrettanto rivoltanti, come le ronde dei sedicenti vigilantes, che prediligono il concetto di ordine a quello più importante e luminoso di armonia, di cui avremmo un grandissimo bisogno.

 

Da dove iniziare, per rimettere in moto la necessaria rivoluzione della bellezza per le nostre città così contese tra ordine e disordine, che nel frattempo hanno perso di vista l’obiettivo più importante, e cioè armonia? Il recente omicidio a sfondo razzista di Bakari Sako commesso da giovani e il dibattito raccapricciante scaturito a seguito della furia omicida di Salim El Koudri a Modena ci testimoniano quanto la scuola oggi abbia il dovere di aiutare i giovani a sviluppare una coscienza critica che rifiuti la violenza sotto ogni sua forma e che si fondi sul diritto e sul rispetto.

Nella sua funzione prettamente civica, la scuola diventi fucina di pensiero libero, un antidoto contro ogni forma di omologazione del pensiero e di assuefazione alla logica del pensiero dominante. La scuola efficace dell’immediato futuro sarà quella che formerà il pensiero libero, che il potere non dovrà riuscire a controllare, ma che piuttosto dovrà ascoltare, assecondare, servire. In tal senso, sarebbe stato bello programmare una riforma della scuola che una volta tanto fosse nata dalla base: da noi insegnanti, dai dirigenti scolastici, dal personale ausiliario, dagli studenti e dalle famiglie. Invece è giunta l’ennesima riforma calataci dall’alto dai professoroni. Adeguata? Inadeguata? Ai posteri l’ardua sentenza diceva quello (quell’autore dei Promessi Sposi che nelle Nuove indicazioni nazionali è stato derubricato come un classico “non contemporaneo”). Per il futuro, segniamoci in agenda di progettare una riforma in cui, una volta tanto, ci riconosceremo un po’ tutti come gli autori, noi che la scuola la facciamo per davvero, e non soltanto i passivi esecutori.

 

La seconda sfida è quella dell’intelligenza. In un’epoca sempre più condizionata dall’intelligenza artificiale, la scuola ha il dovere morale di imporsi come il presidio per eccellenza dell’intelligenza umana.

 

Viviamo in un’epoca in cui il passato prossimo è sempre più remoto. Voglio dire che il mondo di vent’anni fa, per quanto a noi adulti sembri molto simile a quello di oggi, in realtà era un altro mondo. Pensateci: usavamo le agende di carta, i telefoni cellulari solo per telefonare, gli sms e il fax. Non c’erano i social né gli smartphone e nemmeno tutto quel che ne consegue. Possiamo tranquillamente parlare di un passato prossimo solo relativamente ad altre epoche più antiche, come quella dell’Impero Romano, ma in realtà quello di vent’anni fa è già un passato remoto.

 

L’intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente i processi organizzativi. Parlare dell’IA soltanto come di una tecnologia integrativa è a dir poco riduttivo. L’impatto dell’IA nelle nostre vite impone una riorganizzazione delle abitudini fin qui consolidate ed è quantomai urgente che in breve la scuola italiana si doti di strumenti utili a rendere i giovani parte integrante di questa innovazione. L’urgenza, di cui sembra che a livello politico ci si stia rendendo conto solo adesso, dunque con un pizzico di ritardo, è quella di evitare di subire il cambiamento in corso.

È urgente innanzitutto una poderosa accelerazione che permetta ai giovani di entrare come protagonisti nel cambiamento per non subirlo. Solo così il mondo del lavoro in Italia potrà beneficiare delle loro competenze e le menti migliori non emigreranno. Governare questo cambiamento significa determinare attivamente la direzione verso cui esso volgerà. E significa, soprattutto, mantenere il primato intellettuale del cambiamento stesso. Oggi vi sono aziende produttrici di software per la sorveglianza di massa che, attraverso lo sviluppo di programmi di intelligenza artificiale, raccolgono dati sui nostri comportamenti, sui nostri atteggiamenti e, più in generale, sul nostro modo di pensare. Lo scopo è quello di controllare e brevettare il pensiero umano. In futuro l’intelligenza artificiale sarà qualcosa da comprare a consumo. Compreremo quella stessa AI nutrita gratuitamente con la nostra, di intelligenza. Perciò attrezziamoci, e attrezziamo i giovani, a difendere la nostra intelligenza. E teniamocela stretta.

 

La terza sfida, ultima ma non ultima: la parità di genere. Una rivoluzione culturale è possibile, ed è imprescindibile, ma ancora il percorso è segnato da una tristissima scia di violenza su donne giovani e meno giovani. Troppa ancora è la violenza sulle donne che rimane non dichiarata, sommersa, sopportata tra le quattro mura di casa. Troppa è ancora la violenza di genere espressa sui social.

 

Troppo poche ancora le denunce. E troppa ancora è la violenza omotransfobica. La scuola ha il dovere di far alzare la testa a tutte le vittime delle discriminazioni di genere, giovani e non che ancora subiscono i soprusi fisici e psicologici dovuti a un retaggio colpevolmente retrogrado e oggi del tutto inaccettabile. La scuola sia sempre più fucina del libero pensiero. Perché dalla scuola può rinascere un mondo di pace e di mutua prosperità. Guardiamoci in faccia. Dipende tutto da noi.

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