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 Marilina Giulianelli
   L'acquarello... nel cassetto


 Camilla Insom  
   
Quando la musica si tinge di rosa

   Suggestioni di una musicista mancata




   

 

Quando la musica
si tinge di rosa

Suggestioni di una musicista mancata

Docente di Musica, segretaria generale

della CISL Scuola Firenze-Prato

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L’emancipazione femminile nella musica 

è stata lenta e condizionata da fattori 

culturali, sociali e familiari. 

La semplice domanda di uno studente

durante una lezione di Musica diventa 

fonte per una riflessione inattesa: 

“Professoressa, ma perché nel libro 

di Musica non c’è neanche una donna?”.

L’anno scolastico 2019‑2020 rimarrà nella memoria di molti come uno dei periodi più complessi della storia recente della scuola. In quel contesto, pochi mesi prima che l’emergenza pandemica trasformasse radicalmente il modo di fare didattica e di vivere le relazioni educative, muovevo i primi passi nella scuola secondaria di primo grado come docente di musica di potenziamento: una figura spesso definita, con una certa ironia, “il docente senza classi”.

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Tra attese in sala insegnanti e supplenze improvvise, maturò progressivamente l’esigenza di dare un senso pedagogico a una presenza apparentemente intermittente. L’idea fu quella di progettare attività trasversali, brevi ma significative, che potessero essere proposte in classi diverse anche senza una continuità didattica strutturata. Le ricorrenze del calendario scolastico diventarono così l’occasione per costruire percorsi interdisciplinari in cui la musica dialogasse con la storia, la letteratura e le scienze sociali. L’interdisciplinarità divenne la chiave di lettura di quel lavoro.

Avvicinandoci al mese di marzo, nessuno avrebbe potuto immaginare quanto rapidamente la scuola sarebbe cambiata. Di lì a poco saremmo stati travolti da una trasformazione radicale: la didattica a distanza da costruire quasi da zero, le case degli studenti e degli insegnanti che diventavano aule improvvisate, le disuguaglianze tecnologiche e familiari che emergevano con forza.

Proprio in quel periodo, una semplice domanda posta da uno studente durante una lezione aprì una riflessione inattesa: “Professoressa, ma perché nel libro di musica non c’è neanche una donna? Possibile che nessuna abbia mai scritto musica?”.

La domanda, tanto semplice quanto disarmante, riportò alla mente una curiosità che mi accompagnava già negli anni di studio come musicista: la ricerca di compositrici spesso dimenticate dalla narrazione tradizionale della storia della musica. Una curiosità che, inevitabilmente, portava a interrogarsi anche sui manuali scolastici e più in generale sull’editoria didattica.

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La risposta, naturalmente, non può essere ridotta a una spiegazione superficiale. Il percorso di emancipazione femminile nella musica è stato lento e condizionato da fattori culturali, sociali e familiari. Per secoli l’accesso alla formazione musicale, alla pubblicazione delle opere e alla carriera concertistica è stato limitato o scoraggiato, soprattutto per le donne che non appartenevano a contesti sociali particolarmente favorevoli.

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Eppure, la storia della musica è ricca di figure femminili di straordinario valore. Basti ricordare Maddalena Lombardini‑Sirmen, Clara Wieck Schumann, Fanny Mendelssohn Hensel, Emilie Mayer, Ethel Smyth, le sorelle Nadia e Lili Boulanger, fino ad arrivare a compositrici contemporanee come Sofia Gubaidulina. Musiciste, compositrici, direttrici d’orchestra che, nel tempo, hanno conquistato spazi sempre più significativi nella vita musicale, pur restando spesso marginali nei manuali scolastici.

Tra queste figure merita una particolare attenzione la compositrice britannica Ethel Smyth (1858‑1944).

Donna dal carattere determinato e indipendente, a diciannove anni lasciò la casa di famiglia per trasferirsi a Lipsia e studiare al conservatorio, opponendosi alla volontà paterna. Fu compositrice, direttrice d’orchestra, scrittrice e attivista nel movimento suffragista britannico accanto a Emmeline Pankhurst.

 

Il suo impegno politico ebbe conseguenze concrete: nel 1912 fu arrestata e condotta nel carcere di Holloway per aver partecipato alle proteste delle suffragette. Celebre è il racconto del direttore d’orchestra Thomas Beecham che, andandola a trovare in prigione, la vide dirigere dal cortile il coro delle detenute che cantavano “The March of the Women”, brano composto dalla stessa Smyth per il movimento suffragista, utilizzando uno spazzolino da denti come bacchetta.

La sua figura era ben conosciuta negli ambienti musicali europei: intrattenne rapporti di stima con compositori e musicisti come Heinrich von Herzogenberg, Clara Schumann, Edvard Grieg e Bruno Walter. Tra le sue preoccupazioni più profonde vi era il riconoscimento dell’autorialità delle proprie opere, un problema reale per molte compositrici del passato, spesso costrette a pubblicare sotto pseudonimo o a vedere le proprie creazioni attribuite ad altri.

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La vicenda di Fanny Mendelssohn Hensel (1805‑1847) è emblematica. Ricevette la stessa formazione musicale del fratello Felix grazie agli insegnamenti di Carl Friedrich Zelter, ma il padre Moses le scrisse esplicitamente che la musica per lei doveva rimanere “solo un ornamento”, mentre per Felix avrebbe potuto diventare una professione. Solo grazie al sostegno del fratello riuscì a pubblicare alcune composizioni con il proprio nome.

Non meno significativa è la storia della compositrice britannica Rebecca Clarke (1886‑1976), che pubblicò alcune opere con lo pseudonimo maschile Anthony Trent. Quando presentò il suo brano “Morpheus” a un importante concorso, la giuria ritenne improbabile che fosse stato scritto da una donna.

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Accanto a queste vicende di marginalizzazione, non mancano esempi di riconoscimento e di successo. La compositrice francese Germaine Tailleferre, nata nel 1892, fu membro del celebre “Groupe des Six” insieme a Darius Milhaud, Francis Poulenc, Arthur Honegger, Georges Auric e Louis Durey.

Le sorelle Nadia e Lili Boulanger rappresentano un altro capitolo fondamentale della musica del Novecento. Lili, nata nel 1893 e scomparsa prematuramente a ventiquattro anni, fu la prima donna a vincere il prestigioso Prix de Rome per la composizione nel 1913. Nadia, organista, compositrice e soprattutto grande pedagoga, fu la prima donna a dirigere alcune delle principali orchestre del mondo, tra cui la London Symphony Orchestra, la New York Philharmonic e la Boston Symphony Orchestra.

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Impossibile infine non ricordare Clara Wieck Schumann. Nata nel 1819, pianista prodigio formata dal padre Friedrich Wieck, fu una delle più grandi concertiste dell’Ottocento. Scelse di sposare Robert Schumann, contro la volontà paterna, costruendo una straordinaria carriera come interprete, compositrice e figura centrale della vita musicale romantica, oltre che amica e sostenitrice di Johannes Brahms.

Ripercorrere la storia della musica integrando queste figure significa restituire completezza a un racconto spesso incompleto. In questa breve riflessione lo sguardo si è soffermato soprattutto sul contesto europeo, ma anche nel continente americano non mancano figure di grande rilievo. 

Tra queste Florence Beatrice Price (1887‑1953), compositrice afroamericana originaria dell’Arkansas. La sua vita fu segnata non solo dalle difficoltà legate alla condizione femminile, ma anche dalla discriminazione razziale. Dopo anni di violenze domestiche e discriminazioni nel Sud degli Stati Uniti, si trasferì con la famiglia a Chicago. Per mantenere i figli lavorò anche per emittenti radiofoniche, talvolta sotto pseudonimo. Nonostante le difficoltà, Price entrò nella storia della musica americana: fu la prima compositrice afroamericana a vedere eseguita una propria sinfonia da una grande orchestra statunitense, la Chicago Symphony Orchestra.

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Riscoprire queste storie non significa solo restituire visibilità a figure rimaste ai margini della narrazione musicale. Significa soprattutto offrire agli studenti una storia della musica più completa, plurale e aderente alla realtà, nella quale il contributo delle donne non sia un’eccezione, ma parte integrante del patrimonio culturale comune.

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